Stamani prendo un fido 777 della Singapore Airlines che, in tre ore di volo, mi sbarca a Yangon, ex-capitale della Republic of the Union of Myanmar (ex Burma, in italiano Birmania) e vado a incidere quel rimanente 14% degli stati del mondo che non ho ancora visitato.

Colonizzata dagli Inglesi, attraverso le tre guerre Anglo-Burmane dal 1824 al 1885, durante la Seconda Guerra mondiale fu invasa dall’esercito Giapponese, aiutato inizialmente anche dagli indipendentisti locali che vedevano nel conflitto l’opportunità di affrancarsi dal dominio coloniale che pur aveva portato scuole ed un efficiente apparato statale. Fu più tardi chiaro che la dominazione giapponese non aveva nessuna intenzione di concedere l’indipendenza o la libertà, anzi le restrizioni e lo sfruttamento si intensificarono.

Una piccola parte di quella guerra è raccontata da una splendida pellicola hollywoodiana, Il Ponte Sul Fiume Kway, che romanza la storia reale della ferrovia fatta costruire dai giapponesi, usando prigionieri di guerra e popolazione locale, per approvvigionare la China. Furono impiegati circa 330mila uomini, di questi 106mila ci morirono.

Burma divenne indipendente nel Gennaio del 1948, e si tennero libere elezioni fino al 1962 quando un colpo di stato portò al governo i generali che, con un paio di avvicendamenti (sempre colpi di stato) e un’estesa dura repressione con decine di migliaia di vittime, mantenne il paese sotto il controlli di giunte militari fino al 2011.

Nel 2005, su suggerimento degli astrologi, i militari decretarono lo spostamento della capitale da Yangon a Napypydaw, costruita ex-novo su un terreno agricolo. Sempre secondo le indicazioni degli astrologi, i militari iniziarono lo spostamento dei ministeri alle 6:37 del 6 Novembre 2005 (non è una palla inventata, questi sono fatti e ben documentati): 5 giorni più tardi, l’11/11 (11 Novembre), alle 11h11′, 1.100 camion partirono trasportando 11 battaglioni e trasferendo 11 ministeri. Ripeto: non sto scherzando ne mi sto inventando nulla. In questo caso basta la fedele cronaca a far strabuzzare gli occhi.

Il paese ha un’infrastruttura antiquata e le comunicazioni sono un’impresa. La rete cellulare è praticamente inesistente, internet è poco diffusa e la velocità di trasferimento dei dati è tale che difficilmente si riesce a scaricare un attachment alle mail, figuratevi fare l’upload di fotografie o aggiornare un blog. Skype e Twitter vengono periodicamente bloccati. Inutile dirvi che rinuncio a postare qualsiasi aggiornamento fino al mio ritorno domenica notte a Singapore.

Foto per oggi? Visto che al ritorno spero di annoiarvi con qualche decina di immagini dal Burma, vediamoci questo telaio Dei trasformato in single speed a scatto fisso, che fa bella mostra di se nella sala da tea al secondo piano del Raffles, e questo facocero con scarpe arancioni riflesso davanti al 777 che lo pascolerà per le prossime 3 ore di volo …

dei

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

3 Comment on “Sulla strada per Yangon

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