Platone scrisse La Repubblica (in greco Πολιτεία, Politéia) intorno al 390 aC, e nel suo settimo libro celebra il famoso mito della caverna.

Nella trama ci chiede di immaginare dei prigionieri che abbiano sempre vissuto all’interno di una caverna, immobilizzati con le spalle rivolte verso l’uscita e il volto bloccato verso il muro di fondo. Alle loro spalle si accende un fuoco e, tra questo e i prigionieri, una strada con un muricciolo sul quale vengano portati oggetti, animali, e passino persone. Se immaginate una sorta di proiettore per diapositive in bianco e nero, con una fonte luminosa continuamente variabile e un telo di proiezione irregolare potete comprendere l’effetto che i prigionieri vedevano, e se gli oggetti proiettati parlavano o emettevano suoni questi venivano distorti dalla caverna.

Ovviamente se sin dall’infanzia un prigioniero avesse sempre e solo vissuto questa percezione, sarebbe convinto che il mondo delle “ombre distorte parlanti” sia la realtà. Se lo si liberasse, costringendolo a guardare verso l’imboccatura della caverna, la prima sensazione sarebbe il dolore per l’esposizione alla luce del fuoco, e poi l’incredulità per gli oggetti portati sul muretto: sicuramente il prigioniero sarebbe tentato di rivolgersi ancora verso l’interno della caverna, ritrovando la sicurezza della “sua” vecchia e pretesa realtà.

Se poi si portasse il malcapitato fuori della caverna, alla luce del sole, ed esposto al mondo nella sua varia complessità e completezza, forse chiederebbe di essere riportato immediatamente indietro, credendo di essere nel peggiore incubo della sua vita. All’inizio, accecato, non potrebbe distinguere che ombre, ma poi, aiutandosi guardando nell’acqua prima solo i riflessi e poi le forme, scoprirebbe la vera bellezza di un mondo, di una vita che, come prigioniero, gli era stata sottratta.

Vedrebbe il mondo, le stelle della notte, e infine il sole, comprendendo che “è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano” (Platone, La Repubblica, libro VII, 516).

Vorrebbe quindi tornare indietro, nella caverna, ma non per viverci, ma per liberare i propri compagni e farli partecipi della “gioia della conoscenza“.

Ho letto Platone per la prima volta a 16 anni al liceo, e mi era piaciuto. L’ho riletto a 19 all’università per l’esame di Filosofia Antica, e me ne sono innamorato. Lo leggo spesso ancora, a 54 anni e lo trovo, ogni volta, di una bellezza e di un significato spettacolare.

Foto “filosofica” di oggi? Un mondo fuori  dai finestrini di un tram, con una ragazza che guarda oltre …

guarda oltre


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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