Milano Manhattan

Mi sono immaginato i responsabili marketing e media-relations della Barilla quando hanno sentito la gran cazzata che è scappata al loro capo, intervistato in radio sulla possibilità di usare una famiglia gay per i commercial della sua azienda. Me li son visti commettere atti di autolesionismo quali chiudersi i testicoli in un cassetto urlando “fatelo tacere per pietà“, piantarsi le unghie nei capelli e strapparseli vedendo un’etichettatura di omofobia velare il brand bianco rosso e blu per i secoli a venire.

Caso vuole che la stessa settimana nella quale Guido Barilla veniva intervistato e poi la rete si scatenava nelle migliori critiche e parodie (grandiosa quella di coppia di maccheroni, maccherone e farfalla e coppia di farfalle), io abbia concentrato l’intero volume annuale della mia vita sociale in due serate successive.

Una festa da Paolo e poi una cena da Marcelo e Marco, e in entrambi i casi ho scattato qualche foto mentre si chiacchierava, si mangiava bene e si beveva un bicchiere di vino. Il piacere dell’amicizia.

Paolo è gay. Marcelo e Marco sono sposati. Io sono eterosessuale. Non ci avrei nemmeno pensato se non fosse stato per la cazzata detta da Barilla che ha comunque guidato parte delle conversazioni. Non vedo tra noi differenze, diversità, distonie. Vedo una totale comune integrazione. Vedo gusti e preferenze differenti, che dovrebbero avere la stessa importanza attribuita alle preferenze alimentari o enologiche.

Temo però ci sia ancora un lungo viaggio prima di estirpare la radice dell’omofobia.

Qualche foto della serata, e nella prima mi sembra di intuire uno skyline newyorkese sullo sfondo: Milano Manhattan praticamente …

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Un commento

  1. Mi sono presa un po’ di tempo per pensare al tuo post.
    Nel leggere le tue prime righe ho rivisto i miei pensieri quando avevo letto la notizia. Me li sono immaginati anche io i colleghi del “fenomeno” con le mani nei capelli e gli occhi sbarrazi increduli dell’auto-goal da finale del mondiale che si stavano facendo.
    Poi ho pensato a quando Carlo ha fatto outing, e le persone si avvicinavano a sua madre con fare consolatorio come a compatirla di dover subire una tale disgrazia, o come qualcuno diceva “speriamo si curi”, come se l’omosessualità fosse una malattia per la quale dover andare dal dottore.Grandi auto-goal.
    Poi mi ritrovo a sorridere quando ricordo le notti passate in discoteca con Carlo e il suo ragazzo, e a girare poi metà provincia per trovare un fornaio aperto che ci vendesse le brioches alle 5 di mattina. E tutto questo senza che il mio fidanzato fosse geloso che facessi nottata con altri due uomini. No auto-goal. Solo top-player.

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