Sabah el kheer

Mi sono svegliato indeciso se fossero le 4am (body time), le 3am (London time, da dove sono partito ieri sera), o le 6am (ora di Dubai, dove sarei atterrato un’oretta dopo): di certo invece avevo una buona dose di sconvolgimento, che non è migliorato all’atterraggio, ne quando ho dovuto scollare la lingua, un paio d’ore più tardi, per cominciare a sciorinare le intenzioni commerciali che la società (che mi paga il viatico) ha da queste parti.

In aereo sono entrato nel gabinetto (il progettista deve essere un pigmeo nano) per cambiarmi, avendo al solito un appuntamento in diretta dopo l’atterraggio: quando ho cominciato a fare questo lavoro ne uscivo qualche minuto dopo in un perfetto completo grigio scuro, camicia bianca stirata, cravatta, mancavano solo gli occhiali scuri e avrei potuto pronunciare la frase “This is Mau, Mau-Bond, baby” mentre ordinavo un caffè agitato e non shakerato.

Adesso invece, una ventina d’anni dopo e una cinquantina di kili in più, rimbalzo fuori di carambola, facendo dei numeri da kamasutra per riuscire a infilarmi una camicia in qualche modo, la cravatta è di bolina, e la frase che pronuncio dinnanzi alla hostess è qualcosa del tipo “Si, sono vivo, malgrado le apparenze respiro ancora“. Stamattina la tipa che mi ha visto entrare con un approssimativo pigiama e uscire in tenuta da business-man-alla-canna-del-gas mi ha detto “Sir, either you love your job or they pay you helluva money“. “Option 1 ma’am, but soon I’m about to divorce it”.

All’immigration un local-officer mi ha squadrato con la stessa attenzione che si riserva a un vecchio dromedario.

Quando però ho muggito “buongiorno”, e le altre decina di parole che compongono il mio completo dizionario arabo “Sabah el kheer, saddiki, kayfa halak“, ho fatto un upgrade nella sua considerazione da “vecchio dromedario” a “facocero esterofilo con un filo di conoscenza dell’idioma” e questo è stato un errore, perché mi ha tenuto a chiacchierare per qualche minuto mentre pestava sulla tastiera con un solo ditone, con la grazia con la quale si spacca la bauxite in Guatemala.

La lingua araba non è affatto semplice, e ve lo dice uno che ha una certa padronanza nell’imparare velocemente a esprimersi in altri idiomi: per cominciare basti sapere che l’alfabeto consiste di 28 consonanti, con tre di queste con un valore “semi-consonantico”  o di “vocali brevi” (a, u, i) che vengono, nello scrivere, sovra o sotto-segnate rispetto alle altre consonanti.

Il verbo “essere” viene sottinteso (nell’arabo classico proprio non esisteva), e questo accresce le difficoltà: “dove sei (tu)?” si traduce con “dove tu”, oppure “chi sei/è” con “chi tu/lui”. Tanto per fare le cose semplici insomma. I sostantivi vanno declinati, i verbi vanno coniugati: unica semplificazione è l’articolo determinativo, che è uno solo. Se poi mescolate queste semplici nozioni con dialetti e fonologia anche completamente diversi a seconda dei paesi e dei livelli culturali, potete capire perché questa lingua sia davvero complessa.

Foto di oggi: un paio di scatti di un posto da queste parti dove adoro nascondermi …

PHD 1 (1) PHD 2 (1)

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