Ieri sera ero seduto con tre altri compagni di classe (“vecchi” compagni di classe, senza l’accezione di “anziano”?), nel tardo pomeriggio, aspettando che iniziasse una festa: nel piazzale davanti a noi un gruppo di ragazzini calciavano un pallone. Uno di questi, rivolgendosi ad un ragazzo che, parlando al telefono, stava passando a bordo campo, ha detto “Hey, frocio di merda, togliti dai coglioni“, con totale naturalezza.

I tre compagni di classe mi hanno dissuaso dall’andare a dibattere dialetticamente con il ragazzo che aveva pronunciato la frase omofona, penso anche perché mi sono alzato dichiarando le mie intenzioni, “Adesso lo prendo e gli spacco la zucca”. Non capirebbe e ne uscirebbe comunque una rissa: questa la loro giusta e ragionata motivazione. Io ero propenso a sostenere comunque l’estetica dell’irrazionalità e almeno prenderlo a sberle con 4 ceffoni dati con la ragguardevole dimensione della mia mano, notoriamente strappata all’agricoltura.

Abbiamo lasciato perdere.

La cosa mi era un filo passata di mente quando stamani ho letto che un ragazzo si è suicidato: era deriso per la sua omosessualità. E questo sia aggiunge a una lunga lista di ragazzi, di giovani, derisi, umiliati, offesi, picchiati. Perché hanno affetti differenti, come possiamo avere preferenze di colore, di sapore di gusto diversi.

L’omofobia è veramente una gran brutta cosa, continuo a ripeterlo, e non mi stancherò mai di farlo. L’omofobia è ignoranza, perversione, ottusa stupidità. L’omofobia è violenza nei confronti di tutti noi, etero o gay o qualsiasi altra cosa abbiamo voglia e diritto di essere.

Foto di oggi: la bellissima festa del pride di Milano un paio d’anni fa …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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