Lo so, sono scomparso per qualche giorno: la scorsa settimana ho fatto un’immersione talmente profonda nel lavoro che nemmeno il batiscafo di Piccard mi poteva raggiungere, con degli orari che mi hanno visto pestare sulla tastiera del computer e parlare al telefono a partire dalle 4 di mattina fino a una ragionevole ora della notte successiva.

Chiamiamola congiuntura sfavorevole, definiamolo periodo duro: la tesi del fancazzismo cosmico per cui c’è una larga popolazione che praticamente non lavora in qualsiasi insieme societario complesso, mentre altri che affogano ha trovato applicazione puntuale su di me. Chiuso un progetto rognoso nel subcontinente indiano, se ne sono aperti 3 o 4 a ventaglio, offrendomi di che bestemmiare con piena ragion veduta.

Ho menzionato sopra il batiscafo di Piccard: temo pochi conoscano la storia del “Trieste” che è sceso nella Fossa delle Marianne dell’Oceano Pacifico, a 10.911 metri di profondità.

Famiglia con la passione per i record, i Piccard: quasi fossero dei forsennati “Extreme” sponsorizzati dalla bevanda energetica Mucca Rosa. Auguste Piccard nasce in Svizzera nel 1884 e dimostra, con il fratello Jean, grande interesse per le ascensioni con i palloni aerostatici. Cominciando i primi esperimenti nel 1913, Auguste raggiunge, nel 1932, i 16mila metri di altezza.

Jean gli rovina il record un paio d’anni dopo arrivando a 17.500 metri, facendogli le linguacce: Auguste si incazza talmente tanto che decide di spostare il suo interesse verso le profondità, non prima di aver coniato la famosa frase “vai a cagare tu e la stratosfera” rivolta al fratello Jean.

Nel 1948 Auguste realizza un prototipo di batiscafo: un cilindro d’acciaio, pieno di benzina (più leggera dell’acqua), zavorrato con graniglie di ferro e munito di una cabina circolare. Scende fino a 1.308 metri di profondità, ma il collaudo è insoddisfacente e il mezzo risale zuppo e con dentro 4 triglie, 2 spigole, 1 orata e due polipi. Grande grigliata per Auguste ma pessima cosa per la scienza esplorativa.

Si sa che la follia è di famiglia: Jacques (già il nome lo fa un predestinato J-acque-s), figlio di Auguste, abituato sin da piccolo a immergersi nella vasca da bagno, costruisce un nuovo prototipo, il “Trieste” e, mentre il prototipo del padre scende nel 1953 a 2.100 metri di profondità, invita il genitore ad una gitarella vicino a Ponza e lo fa scendere fino a 3.150 metri.

Auguste mastica amaro, dopo che il fratello gli aveva soffiato il record di altitudine, adesso il figlio si mette a insidiargli quello di profondità: incazzato come una sogliola di Dover costretta a rotolarsi nella farina prima di essere fritta in padella con abbondante burro e servita in un ristorante di Chelsea, Auguste si immerge con il suo batiscafo fino alla bellezza di 4.050 metri.

Jacques sta sornione per qualche anno, vende il Trieste alla marina degli Stati Uniti, proponendolo come affarone di venture capital, si fa finanziare peggio di una IPO e, come ho detto all’inizio, scende nella Fossa delle Marianne a quasi 11mila metri. Il padre Auguste decide di diventare vegano, perché non vuole più sentir parlare di mare, batiscafi, sottomarini o sommergibili, ma manco di cacciucco alla livornese.

Quasi 500 parole di minchiate, con numerose invenzioni storico-romanzate possono bastare per confermare che sono nuovamente in equilibrio sulla tavola da surf di questo blog.

Foto di oggi? Scattata sotto casa a Genova, mi ha fatto venire in mente la solitudine che si prova in immersione …

alone


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

7 Comment on “Acque profonde

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