Chinatown in B-and-W

Domenica mattina, Chinatown: ho voglia di fare qualche foto ma mi trovo un filo a disagio con le frotte di turisti che, malgrado siano solo le 11, già affollano i bar con buoni boccali di birra ghiacciata a combattere il caldo umidiccio e leggermente piovigginoso.

Altri, come un piccolo grappolo di connazionali, sono intenti nel discutere con una trattativa serrata il prezzo di un monile che viene spacciato come “chinese giada” (serpentina, meno dura e costosa della giada), nel senso proprio “made in China” più che altro. Si allontanano felici di aver fatto l’affare della vacanza e si fotografano con il tipo della bancarella che sorride sornione dicendo “mi avete rovinato”: Academy Award subito, un attore nato!

Il gelataio-motociclista, che taglia pani di crema congelata, farcendola tra due biscotti, sta tentando di mettere in moto il suo rottame usando un paio di forbici come chiave di avviamento e, sacramentando, salta sulla pedivella non avendo nessuna risposta dallo scassato motore. Ho già visto questa scena più volte e non si decide mai a mandare in pensione il suo bicilindrico Honda.

Un paio di sarti mi arpionano proponendomi un vestito o una camicia fatta su misura all’istante: gli rispondo in sing-lish che vado in giro vestito così, braghe corte e maglietta stropicciata, come scelta di vita e una compassata giacca a 3 bottoni di color ocra o rosso mattone mi farebbe solo passare per un drug-lord messicano. Rifiuto anche di far scrivere in pittogrammi il mio nome o di far incidere su un chicco di riso la scritta “There’s a lady who’s sure all that glitters is gold, and she’s buying a stairway to heaven” che “LOVE” mi sembrava troppo banale e scontato.

Unica cosa positiva, nessuno dei tipi che vendono macchine fotografiche mi propone nulla: capiscono sia un cliente perso con quello che mi ciondola al collo, mentre alterno l’obiettivo 35mm con il 21mm. Rifiuto il massaggio, sostenendo che con le mie forme e il mio peso potrei far cedere il lettino e mi intrufolo nel gruppo onnipresente dei giocatori di dama.

Vige la regola del silenzio assoluto durante la partita, si sente solo lo scoppiettare del tabacco delle sigarette, spesso rollate ancora a mano. Sia giocatori che gli esperti spettatori non si lasciano sfuggire una sillaba, mentre costruiscono mentalmente fino a una decina di future mosse, in combinazione con le scelte dell’avversario: al termine della partita sembra di essere all’uscita dallo stadio tra un gruppo di commentatori sportivi che criticano gli attacchi o le difese e millantano che per loro sarebbe stata una facile sciocchezza quella di vincere.

Un amico mi ha insegnato a giocare a dama, quando ero veramente piccolo, forse avrò avuto quattro o cinque anni.

Mi spiegava la tecnica di mantenere inizialmente un cuneo centrale che ti permetteva una forte difesa, costringendo l’avversario a dividere il suo gioco sulle ali. Mi invitava in ovvie trappole che si rivelavano poi un disastro per le mie pedine, quando golosamente ne mangiavo una avversaria, esponendomi a perderne poi almeno due se non tre. Oggi, 10 Dicembre, sarebbe stato il suo compleanno: penso si sarebbe divertito e si sarebbe seduto tra gli altri a guardare il gioco, esplodendo poi nel suo contagioso entusiasmo per la vita.

Era mio padre ….

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10 commenti

  1. Il bianco e nero ha una poesia…

    1. si, a tratti me ne innamoro …

  2. bello ed ovviamente, alla fine, commovente.
    Bravo Mau

  3. Belle immagini e bel racconto, il finale è inaspettato e coinvolgente.
    🙂

  4. tutto prezioso, immagini e parole…

  5. Che bel post hai scritto Maurizio, un abbraccio a te.

    1. Adulatrice affettuosa

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