“Bad move, big mistake”: è rimasta storica questa mia sincopata frase quando un mio collega, dinnanzi a un consesso di sunniti wahhabiti ultra-oltranzisti con i quali avevamo un negoziato appeso ad un filo, si alzò pronunciando “Bene, e per Pasqua cosa fate, una bella festa? Vi posso mandare dei cioccolatini al rum deliziosi che fanno dalle mie parti?“. I secondi di silenzio che hanno preceduto la risposta dell’anziano “Non celebriamo feste sioniste” erano solo rotti dal rumore della mia testa che si scuoteva nell’aria mentre alzavo gli occhi al cielo chiedendomi che cazzo abbia fatto di male nella vita per accompagnarmi a dei pirla che non studiano prima di entrare in una riunione.

“Bad move, big mistake” è stata ancora la stessa frase che ho pronunciato stamani davanti allo specchio, alzando lo sguardo e incrociando il mio, stanco, con qualche goccia di sangue che mi scendeva sulla fronte.

Il mio volume di lavoro in Asia è sempre importante e stamani mi sono sciroppato una bella serie di telefonate che hanno disturbato Beria dalle 6 in poi: ho poi avuto l’idea del giorno, o meglio dire, ho fatto la cazzata. Mi rado la testa a giorni alterni (alcuni sostengono per evitare abbia poi “un diavolo per capello”), e oggi tentato di farlo con il mitico rasoio di sicurezza con lame “Tiger” che ti affettano anche l’aria creando dei tagli spazio-temporali e dei paradossi dai quali emergono figure contorte di altri mondi.

Ho avuto la brillante idea di farlo mentre ero in una conference call, e quindi ho usato il rasoio distrattamente più come un puntatore laser o un gesto per rimarcare le mie parole che non con l’attenzione che merita quale arma impropria. “Bad move, big mistake”: nello specchio ho visto l’interprete di un film di Tarantino quando ormai il sangue sgorga a litri e la pellicola gronda fino alle portone delle prime file. Ero al limite dei punti di sutura.

Quando sono uscito dal bagno, ancora al telefono e con pezzi di carta igienica sulla testa a tentare di rallentare le emorragie, ho incontrato lo sguardo di Beria: le ho detto “tranquilla, ho solo provato il rasoio di Occam” (vedi questo post). Ha aperto di più gli occhi, ha drizzato le orecchie e ha inclinato leggermente il muso come fa quando, perplessa, le chiedo se ritiene che l’influenza di Hegel si sia estesa anche ben oltre il tramonto della filosofia sistemica. Ha abbaiato “vai in ospedale, pirla” e poi se n’è andata ondeggiando la coda e sacramentando sul padrone che si è ritrovata.

Foto? Troppo splat farvi vedere i crateri e le escoriazioni sulla pelata, meglio quindi qualcosa che non c’entri nulla.

Ieri sera, quando sono uscito poco dopo le 21 in via Mercanti, ho selezionato la sensibilità sui 1600 ISO e ho scattato, alla luce dei lampioni, questa immagine che pare quasi sia una mattinata con luce diafana …

mercanti


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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