Isola Serafini

Il mio apprendistato col Signor Piero prosegue, e oggi ho conquistato un’altro livello nel circolo iniziatico dell’edonismo di cui l’ottuagenario è maestro: più che soddisfazione ne traggo un distinto mal di testa da alcolemia che mi porterà sulla strada dell’astensione totale da vino per almeno un paio di giorni.

Nella segretezza più totale l’ho recuperato alla metropolitana, con impermeabile e basco pareva un combattente delle Brigate Internazionali nella guerra civile Spagnola tra il ’36 e il ’39: mi ha accolto con la frase “Hasta la Barbera siempre” che mi ha fatto temere già di prima mattina per la mia salute. Ho volto l’auto in direzione Cremona e ho ascoltato una acuta dissertazione che è passata, al solito, dalla Traviata, alla tram-vata (rivolta all’avversario politico identificato in un signore proprietario di televisioni e giornali), alla XXXXX-ata (dove “x” sostituisce un sostantivo che normalmente indica uno strumento a fiato di cui Louis Amstrong è stato maestro), con dotti riferimenti alle sue pratiche prima che la legge Merlin gli impedisse questa sua indefessa frequentazione postribolare.

La prima tappa, dal mitico salumaio Saronni, è stato per me un passaggio al livello di coloro che assaggiano (e possiedono) una galantina di pollo, insaccato laboriosissimo e da ricetta segreta, che l’arzillo Cremonese confeziona e distribuisce seguendo la ricetta Afghana per il papavero da oppio (visto il costo del prodotto finito, simile a quello di una dose su Hollywood Blv.). Poi, bisbigliando la parola di passo “Saronni, dove ci consiglia di pranzare bene?“, siamo stati indirizzati, saltellando su un pavimento bianco e nero e sdraiandoci tra i salumi appesi,  verso Isola Serafini.

Per raggiungere Isola Serafini uno deve proprio avere un desiderio e un animo da martire. Isola fluviale, collegata con un ponte a Monticelli (che al confronto è New York City), ospita una centrale idroelettrica che intercetta il ramo artificiale del Po. Sulle sponde dell’ansa sorge anche la centrale elettro-nucleare di Caorso, oggi dismessa, che pescava direttamente dall’invaso per il raffreddamento, restituendo lucci e trote iride con un periodo di digestione radioattiva misurato in decine di milioni di anni.

L’Antica Trattoria da Cattivelli ci ha accolto con un primo calice di Malvasia e un secondo dall’astruso nome di un vigneto autoctono che mi ha lanciato nell’incoscienza più totale, mentre alcuni bravi appartenenti alla popolazione locale entravano e si accomodavano a tavola, ordinando bottiglioni di Gotturnio, vino ottenuto da 60% barbera e 40% bonarda. Dov’è la stranezza? Ordinavano bottiglioni di vino, a testa però.

Il piatto di culatello che è arrivato come antipasto è stato paragonabile alla consegna delle tavole dei comandamenti a Mosè. Il proseguo con le “caramelle”, ravioli di magro saltati in padella con burro fuso e salvia, ha raggiunto l’estasi da danzatore derviscio, anche perché un paio di bicchieri li ho bevuti e ormai l’incoscienza dell’alcol era completa. Il filetto di maialino “primo grugnito”, caramellato nel miele d’acacia con un contorno di erbette e patate della Val Tidone ha raggiunto il nirvana, tanto per essere ateisticamente coerente nei confronti delle maggiori fedi, con ragionata esclusione della mussulmana.

Non ho ricordi del dolce, visto che ormai ero abbandonato sul tavolo a ingurgitare litri di acqua minerale, mentre il Signor Piero conversava con tre ospiti nel tavolo accanto, scambiando dotti indirizzi per il maiale in Sardegna, i formaggi in Francia e le carni in Piemonte. Ho visto il caffè come un’ancora di salvezza e ho dovuto aspettare una buona ora prima che il tasso alcolemico rientrasse nei limiti consentiti dalla legge per poter guidare senza essere un criminale.

Nel ritorno abbiamo tentato un’assalto al Caseificio di San Pedretto che parevamo due pasdaran iraniani dinnanzi all’ambasciata americana di Tehran: fortunatamente il posto era chiuso e il mio fegato, commosso, ha ringraziato per l’opportunità di non dover sopportare questo ulteriore affronto caseario.

Un’altra uscita così e cambio taglia di pantaloni: son tornato a casa con la Cami che ha tentato di scollarmi la lingua dal palato con un calzascarpe. Stasera citrosodina in brodo e basta.

Foto? qualcosa di oggi …

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4 commenti

  1. Punto primo: Cattivelli si stagiona personalmente i culatelli e ormai se ne trovano pochi… Punto secondo: oltre i 40 anni o sotto gli 80 anni, mischiare malvasia e gutturnio è letale… Punto terzo: quando trovi un livello più alto di Cattivelli fai un fischio perché lì sul fiume siamo già a un buon livello!
    Il brodino di citrosodina ha funzionato? 😉

    1. Sul primo punto (i culatelli), Cattivelli secondo me li stagiona in una spa, con musica rinascimentale e un coro di voci bianche che alitano nella cantina per mantenere la corretta circolazione d’aria: il risultato è grandioso. Sul secondo (malvasia+gotturnio), avrei apprezzato un avvertimento, comunque confermo la letalità del mix, mentre il Piero ha retto perfettamente, ovvio sia anche molto più allenato di me. Mi hanno detto, per il terzo punto, di tentare la Lucciola, ma devo aspettare almeno due settimane per riprendermi dagli stravizi di ieri con una dieta a verdurine crude e acqua.

      La citrosodina in brodo ha fatto miracoli, devo dire che un cucchiaio di parmigiano ci stava benissimo …..

  2. A quanto leggo ti stai tenendo leggero in attesa dei bagordi natalizi… 🙂

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