Mi è tornata “in mano” la “Моско́вский метрополите́н”, la metropolitana di Mosca aperta nel 1935, che oggi conta 190 stazioni con una lunghezza di tratta che raggiunge i 320 chilometri, e contende a Seoul il primato per il sistema di trasporto metropolitano più usato del pianeta, superando i 9 milioni di passeggeri ogni giorno.

Le 12 linee sono identificate da un colore, un numero e da un nome: a parte la Koltsevaya (circolare), tutte sono radiali rispetto al centro di mosca, ed è curioso che una voce maschile annuncia il nome della linea e la stazione successiva quando ci si allontana dal centro, mentre lo stesso fa una voce femminile quando ci si avvicina.  Sulla Koltsevaya invece la voce maschile fa gli annunci sui vagoni che proseguono in senso orario, mentre quella femminile su quelli che corrono in senso antiorario.

Curioso anche che inizialmente vennero ingaggiati ingegneri inglesi, per l’innegabile esperienza della London tube, il sistema metropolitano più antico al mondo: questi impostarono le basi del sistema costruttivo “cut and cover” e l’esteso uso delle scale mobili invece che ascensori. La paranoia di Stalin li fece poi accusare di spionaggio per l’accurata conoscenza del sottosuolo della capitale, processare ed espellere nel 1933.

Fino all’inizio della Guerra Fredda, nel ’50 le stazioni furono un’area di sviluppo artistico e di decorazione incredibile: poi, a partire con la costruzione della linea Arbatsko-Pokrovskaya, le stazioni furono investite anche nel ruolo di rifugi nucleari e ancora oggi si possono osservare le enormi porte stagne in acciaio che dovevano proteggere gli abitanti della capitale dai missili balistici intercontinentali dell’occidente.

Foto di oggi? Ho passato oltre 2 anni a Mosca, tre inverni. Oggi stavo cominciando l’impresa titanica di mettere ordine tra le mie cose dove scommetto che potrei trovare anche un distributore di benzina, dei pesci centroamericani in terracotta e delle azioni della Compagnia delle Indie. Mi è invece saltato fuori un CD di backup che pensavo irrimediabilmente perso, con delle immagini che ho scattato in metropolitana nel 2007 …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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