Erano 40 anni fa quando, mentre frequentavo il liceo, il sabato si andava alla Fiera di Senigallia, all’epoca nello slargo di via Calatafimi, e dopo aver bighellonato tentando pateticamente di tirare sul prezzo di una sacca militare da usare poi come cartella che reggesse anche il monolitico dizionario di latino, si entrava nel bar all’angolo con Cosimo del Fante per ordinare un panino “arabo”.

Ricordo che il panino, curioso mix tra salsiccia e harissa (la salsa nord-africana a base di peperoncino e aglio che anche il buon Carlo, amico di mio padre, celebrava sempre in accoppiata con la ventresca in scatola) ti offriva l’ustione alle papille, “costringendoti” a ingollare un paio di birre con aria vissuta.

La Fiera di Senigallia (Sinigallia/Sinigaglia a seconda dei fonemi in traduzione dal lumbard-milanese) ha avuto origine negli anni ’20, sui barconi che ormeggiavano nelle rive della Darsena in Ticinese il sabato: risalivano il Naviglio e, esenti dal dazio, offrivano una sorta di “duty-free” ante-litteram, con un assortimento di paccottiglia che ricordava la fiera annuale della città marchigiana. Trasferita dopo la fine della guerra in Darsena, poi in via Calatafimi, per tornare ancora sulla Darsena e infine nel parcheggio della stazione di Porta Genova, a fianco dell’Alzaia Naviglio Grande.

Stamani ci son passato, con la curiosità archeologica di vedere cosa oggi sia diventata, dopo che per alcuni anni è stato un centro di ricettazione per merce rubata, soprattutto biciclette e cellulari. L’ho trovata un filino sotto tono rispetto al ricordo ruspante che ne avevo, ma comunque vale la pena di farci una scappata anche solo per il numero di rivenditore di dischi in vinile che ti fanno fare un salto musicale indietro di quasi mezzo secolo. Mi è anche venuto in mente che anche io son molto meno ruspante di quarant’anni fa, ma non stiamo a sottilizzare.

Ovvio abbia scattato qualche immagine: vi segnalo i murales sui vecchi magazzini alle spalle, che valgono un ricordo di 5 Pointz (questo post), una bancarella inquietante che vende pezzi di bambole (foto sotto), e una curiosità che si vede nella terza foto prima della serie in gallery. Tra la vecchia cianfrusaglia, in basso, c’è un Blackberry che una dozzina d’anni fa era tecnologia d’avanguardia che usavo in giro per il mondo, da vero road-runner!

Non posso poi non apprezzare l’ironico ritratto di Berlu-Tze-Dong che fa il verso al motto del Grande Presidente e che ho accuratamente fotografato dietro un’inferriata dal sapore carcerario …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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