Narciso Contreras è un bravo fotografo che nel 2013 ha vinto il Pulizer con le foto del suo reportage in Siria. Narciso ieri è stato licenziato dalla Associated Press (che insieme a Reuters condivide il prestigio della migliore agenzia di informazione al mondo), dopo la scoperta della manipolazione di una sua fotografia.

Il ritocco è, se vogliamo, insignificante: ha fatto “scomparire” una telecamera che si vedeva nell’angolo in basso dell’immagine di un combattente siriano che corre sulle rocce, sostituendola con del terreno, giustificandosi col fatto che l’oggetto “distraeva l’attenzione”. Nessun’altra delle sue 496 immagini nell’archivio AP mostra segni di manipolazione: potrebbe sembrare un peccato veniale, che poco toglie al realismo della foto, ma non è così.

È una questione di etica: è un “principio” sulla base del quale AP, Reuters e il foto-giornalismo serio basa la propria credibilità professionale, e il valore economico dei propri prodotti. Una fotografia può essere “migliorata” solo intervenendo con delle regolazioni simili a quelle che si potrebbero fare in camera oscura nel momento dello sviluppo e della stampa.

Aumento o diminuzione dell’esposizione, contrasto, luminosità, nitidezza. Vignettatura, mascheratura per portare l’attenzione su una parte della fotografia. Tutto questo fa parte del lavoro creativo del fotografo, ma non impatta sulla “verità” della foto. Photoshop, collages, “airbrush” invece si, e, pur essendo rispettabilissimi lavori creativi, non sono più delle immagini giornalistiche. Diventano dei falsi.

La storia del foto-giornalismo ha una serie di episodi simili: dagli oppositori che sparivano nelle foto assieme a Stalin, ai montaggi dei giornali scandalistici. Nel caso non sia esplicitamente dichiarato, e realizzato con chiari intenti artistici, si tratta di falsi: e il falso nella storia o nella cronaca è una gran brutta cosa. Mi spiace per Narciso, che è veramente bravo, ma ha violato un principio etico non-negoziabile.

Foto? Mmmmmm … come ho scritto nell’ultimo post, da qualche giorno sto trascurando sia fotografia che scrittura (e anche cibo e vino, roba veramente da esistenza triste, cazzo): visto che stamani ero al telefono con Yangon, e in febbraio sarò nuovamente in Birmania, ho raccattato questo “fondo di magazzino” che ho scattato in agosto …

yangon


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

4 Comment on “Il tocco di Narciso

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