Oggi ero al telefono con un collega a Mosca e mentre aspettavamo che un altro paio di persone si unissero alla conversazione, mi ha fatto ricordare il periodo che ho trascorso facendo danni da quelle parti: non volevo credere fossero passati già 7 anni da quando sono rientrato, tempus fugit, cazzo!

“Beria, che ne diresti se andassimo a fare un giretto tra Mosca e San Pete?” ho chiesto alla mia cagnona, unica rimasta a prendermi sul serio. La sua risposta è stato un perplesso inclinare la testa, con le orecchie ben dritte a raccogliere qualsiasi suono che potesse ricordarle anche lontanamente la fonetica di un qualsiasi alimento, e un lieve altalenante ondeggiare della coda come per comunicare “Chissà che mi sta dicendo, ma meglio mi mostri interessata nel caso appaia del cibo, se invece è una fregatura posso poi sempre rifiutare e andarmene“.

“Si, dai, potremmo andare a calpestare lo stesso suolo che il tuo illustre omonimo ha vissuto, prima che le purghe lo facessero scomparire nel 1953 durante una riunione del Comitato Centrale del PCUS. Mi riferisco a Lavrentij Pavlovič Berija”: Beria (cane) mi  guarda con aria ancora più interrogativa.

“L’ascesa di Beria cominciò nei primi anni ’20, nella Ceka, la polizia segreta Georgiana e si mise in luce con una buona serie di repressioni e violenze assortite, cosa che lo avvicinò velocemente all’attenzione di Stalin, che nel 1934 lo portano al Comitato Centrale, e alla guida di diverse epurazioni.”

“Quando, nel 1938, la ‘Grande Purga’ portata avanti dalla NKVD (il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) aveva fatto oltre 5 milioni di morti, arrivando ad indebolire l’intera infrastruttura statale e delle forze armate, Stalin nominò Beria al posto di Ezov (purgato anche lui) a capo della sicurezza dello stato. Nel Marzo del 1940 fu Beria ad ordinare lo sterminio di 27,500 Polacchi nei boschi vicino a Katyn. Per continuare il numero di nefandezze che gli si attribuiscono, bisogna anche ricordare che nel 1946, al termine della guerra, fece deportare oltre mezzo milione di persone accusate di ‘collaborazionismo’ con i nazisti: Ceceni, Ingusci, Tatari di Crimea e Tedeschi del Volga. Di questi, solo nel viaggio verso l’Asia Centrale, ne morirono oltre diecimila”.

Beria (la mia cagnona stavolta) mi ha ascoltato fino a questo punto poi, malgrado la sua attenta passione per la storia contemporanea, ha sentito il rumore di croccanti nella ciotola che Cami le stava versando e se n’è andata scodinzolando.

“Aspetta che ti racconto la strategia di spostamento della produzione bellica in Siberia durante il conflitto ….”: non mi ha dato retta, ubi cibo cultura cessat è chiaro!

Sono andato a ritrovare qualche scatto fatto a Mosca …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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