Sono seduto a Singapore e, con ancora in corpo l’orario di Down Under, mi sono svegliato fresco come una carpa bollita nell’aceto intorno alle 4 di mattina: già penso (ridendo) alla povera Beria a che orari sarà costretta a passeggiare nei prossimi giorni.

Mi sono comunque ricordato di essermi dimenticato qualcosa.

Già, “ricordarsi di dimenticare”, se questo non è il principe di tutti gli ossimori, si avvicina comunque a “silenzio assordante”, “ghiaccio bollente”, “realtà virtuale”. Solo “Urla nel silenzio” è sopra a tutti, perché le ho sentite, e continuo ogni tanto a ricordarle avendo delle immagini di memoria che mi scorrono davanti agli occhi, ma questa è un’altra storia che non ci sarà mai sul blog.

Comunque, dicevo, mi son ricordato di non aver condiviso le immagini della visita al MCA, il Museum of Contemporary Art di Sydney, giù al Circular Quay.

Aperto nel 1991 nella ex-sede del Maritime Service Board, con alle spalle il caratteristico quartiere The Rock, e difronte il terminal delle crociere e l’affollata serie di moli per l’attracco di quasi tutti i ferries di Sydney, il MCA ha visto la sua nascita grazie alla donazione di un artista, John Power, che lasciò tutti i suoi averi all’University of Sydney, “with the express purpose of informing and educating Australians in the contemporary visual arts“. Nel 2010 ha chiuso per un’opera di restauro, adattamento e miglioramento delle aree, che hanno visto alla riapertura nel Marzo 2012, il risultato di una struttura perfetta per ospitare l’arte contemporanea.

Tutti i 3 larghi piani ospitano opere interessantissime (in questi giorni anche in occasione della Biennale di Sydney). Il quarto piano ha un caffè.

È incredibile il pavimento del primo piano, realizzato da Jim Lambie con una quindicina di assistenti e volontari, ricoprendo quasi mille metri quadri di nastro adesivo colorato (vedi foto sotto).  Douglas Gordon ci mostra un inquietante occhio che si apre nell’oscurità di una sala con solo un pianoforte e specchi, TV Moore espone i suoi collage, e Roni Horn delle delicatissime grandi cisterne di cristallo riempite d’acqua. “Madness is like gravity, All it takes is a little push” ci dice una scultura di neon colorati: La follia è come la gravità, tutto quello di cui ha bisogno è una piccola spinta.

Dimenticavo: il MCA è aperto 7 giorni la settimana dalla mattina, e il Giovedì fino alle 10 di sera. L’ingresso è totalmente gratuito ed è disseminato di volontari con la targhetta “Ask” (Chiedimi) disponibilissimi ad aiutarvi e a inquadrare le opere esposte nella sala. Se questa non è civiltà, non so come chiamarla.

Foto, beh, ovvio, l’interno del MCA e anche un significativo (e raro) autoritratto.

Autoritratto, ritratto. Oggi (qui a Singapore) vado a conoscere una donna che ne sa molto su questo e ha realizzato degli scatti incredibili, sicuramente la migliore “Portrait Photographer” vivente. Oggi incontro Annie Leibovitz. Sorrido, felice!

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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