Adoro girare in bicicletta per Milano, e non tentassero di investirmi lo adorerei ancora di più.

Stamani ho fatto un giretto di 25km, arrivato in centro, attraversato (pedonalmente) la Galleria, salito su fino al Castello con un po’ di zig-zag tra i pedoni perplessi: un facocero di ragguardevole massa, con un casco arancione su una bicicletta con manubrio “long-horn” è qualcosa che vedertelo venire addosso ti fa provare la stessa sensazione di quando ai primi cowboy si inceppava il winchester con il bufalo che caricava.

Girato sul Castello (bella l’isola pedonale, io la estenderei fino a tutta la prima circonvallazione), sono uscito dalla parte dell’Arena, quando un’auto, passando col rosso, mi ha tagliato la strada. Mi sono alzato sui pedali.

L’idea iniziale di raggiungerla per staccargli a morsi lo specchietto laterale è stata calmierata dal vago ricordo di una mia promessa di non-violenza e di calma serafica nell’affrontare il quotidiano: ogni tanto mi piacerebbe essere smemorato però. Comunque l’ho raggiunta e, senza polemica ma con educazione, alla signora alla guida ho detto “Lei si è accorta che non solo è passata col semaforo rosso, ma mi stava anche investendo?“.

“Ho fretta, non stia a polemizzare” la sua risposta, prima di ingranare la marcia e ripartire. Ma che? Fretta di asfaltarmi? Dai, mi son detto, sarà un medico che sta correndo a salvare una vita: pensiamo positivo.

Ho raggiunto e superato via Moscova, girato in fondo a Via Garibaldi, fermato un attimo davanti a Patagonia, sceso in Largo La Foppa, proseguito in Via Statuto, Balzan e Montebello. In via Montebello ho rivisto l’automobilista: aveva appena parcheggiato in divieto di sosta e stava serenamente entrando in un bar. Altro che un chirurgo in emergenza: una consolidata maleducazione e un’attitudine a mettere a rischio gli altri con il proprio comportamento.

Incredibile come, quando un’auto è parcheggiata invadendo la carreggiata, lo specchietto salti via anche solo con l’urto di un ciclista: poi se lo specchietto atterra a 10 metri di distanza, sbriciolandosi, è solo un effetto della cinetica.

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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