Elementari

Stamane ascoltavo una trasmissione radiofonica dove si intervistava una persona che vive negli Appennini a cavallo tra Emilia e Toscana, e il racconto della sua gioventù in un’area oggi quasi completamente abbandonata e disabitata. Attraverso quelle parole ho fatto un salto indietro di quasi 50 anni.

Ho frequentato un pezzo di Scuole Elementari in Emilia, in un paesino fuori Bologna. Bisognava lasciarsi alle spalle Borgo Panigale, dove ricordo ancora i rumori delle moto Ducati che venivano provate per strada, e continuando sulla Via Marco Emilio Lepido si arrivava a Lavinio di Mezzo, alla Scuola Collodi.

A due piani, con un cancello e una scalinata d’accesso dove il bidello usciva a suonare la campanella. I banchi in legno, vecchi già allora e con il buco per il calamaio che veniva rabboccato con l’inchiostro. I pennini che graffiavano la carta e il foglio di cellulosa assorbente che ti salvava da qualche disastro prima che l’inchiostro non ancora asciutto di colorasse le dita.

Solo due classi, che raggruppavano noi bambini per età approssimativa e si insegnava assieme a quelli di prima e seconda, e anche a quelli dalla terza alla quinta. Quando mi sono trasferito a Milano alla fine della terza elementare avevo fatto un programma di studi che definire “insalata russa” sarebbe anche politicamente appropriato alla tradizione della zona.

Braghe corte, ginocchia perennemente sbucciate dalle cadute di corsa o in bicicletta. Una bambina bellissima, con gli occhi azzurri e le trecce, di cui mi ero perdutamente innamorato. I campi di frutta con un profumo di pesco quando fioriva che ho solo ritrovato in Giappone quest’anno. Non ci sono mai più tornato, ma ho ancora negli occhi quella scuola e le finestre che si aprivano sul viale con i tigli che facevano ombra nel cortile durante la ricreazione. La merenda, un pane a pasta dura con una fetta di mortadella.

Foto? Beh, la prima volta che ho fatto scattare un otturatore avrò avuto una decina d’anni, quindi nessun documento dell’epoca. Mi son però ricordato della foto che ho scattato a dei monaci studenti vicino al Lago Kandawgy, a Yangon in Myanmar (Birmania), nell’agosto del 2013 …

monk student

 

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20 commenti

  1. Che bello questi tuoi ricordi. Mi sembra di vederli quei banch con il calamaio e i bimbi di tutte le età tutti insieme. 🙂

    1. … Ne è passato di tempo! 🙂

  2. L’Emilia rimane nel cuore, quella di tanti anni fa soprattutto: era bella,vera e divertente 🙂

    1. Si, bella, vera e divertente, hai ragione! Ma non sei in ferie?

      1. Ero in ferie… già finite… vabbé… fino ad agosto sarà “staycation” 🙂

  3. Mi è parso di leggere uno di quei libri che ti lasciano, alla fine, una strana sensazione di malinconia.
    Perché chiudi le pagine e ti siedi guardandoti intorno con quel libro sulle ginocchia, con le immagini ancora dinnanzi agli occhi, con il sapore di campagna nelle narici ed il rumore di una moto a destra. Più in là.
    Bello leggerti.
    In cuffia : Equilibre – hocus pocus feat. Oxmo puccino
    Sono certo ne apprezzerai il testo.

    1. Si, è stato un vero salto nel passato, con tutti i sensi …

      bello il brano, “Dans une main la colombe, dans l’autre le calibre, J’ai beau tendre les bras, je ne trouve pas l’équilibAnnotatere”

  4. Non vorrei iniziare la settimana con un velo di nostalgia nell’animo, ma hai spalancato le porte dei ricordi. Di quando andavo all’asilo vicino alla Madonna delle Grazie. Di quando io e mio fratello ci incontravamo all’ombra di un enorme platano nel cortile che divideva le elementari dall’asilo, ben prima che si chiamassero scuola primaria e dell’infanzia. Di come facevamo arrabbiare i frati mentre si giocava a pallone nei chiostri. Il senso estetico ed artistico, il rispetto architettonico da sovrintendenza alle belle arti a 4 anni, si scontrava con le emulazione dei miti Mazzola, Rivera, più che Inter, Milan.
    Di come si giocava con le figurine, anche attaccandole con una molletta alla forcella della bici per simulare, non so bene cosa, forse il VéloSoleX.
    Di quando ci si incontrava in strada a giocare.
    Ma mi fermo qui!
    Non voglio fare il nostalgico, ma se guardo i miei figli, mi sembra che fosse tutto più naturale.

    1. Ancora due commenti cosí e apriamo la scuola di Barbiana, bro ….

      1. In effetti ti ci vedo nella parte di Don Milani!
        😉

  5. Caspita, ci hai davvero fatto fare un tuffo nel passato…. Mi piaceva molto scrivere con i pennini e intingere nel calamaio. Magica carta assorbente! La guardavo incantata mentre l’inchiostro si allargava…
    Buon lunedì! Io oggi mare… 🙂

    1. Io oggi invidia: son qui giá col piccone in mano ….

      1. Mannaggia! 😉 un abbraccio di sostegno 🙂

  6. Tanta poesia nei tuoi ricordi…bolognesi!

      1. … sorbole!!! (tipica esclamazione bolognese)

  7. Ah , adoro i ricordi d’infanzia, che bel post Mau! Ti ci vedo con le ginocchia sbucciate 😉

  8. Sai Maurizio che il tuo ricordo mi ha fatto pensare che sebbene ci appartengano età diverse siamo accomunati dalle sbucciature nel ginocchio.
    Credo di avere avuto le ginocchia sbucciate per anni…Finivo costantemente lungo in terra. E come me tutti i miei amichetti. I gradoni del giardino della cooperativa erano veramente implacabili…

    Vedo però nelle ginocchia intonse di mio cuginetto e dei suoi coetanei che questo rito di iniziazione è praticamente sparito e combattuto dalle mamme moderne che non lasciano i figli liberi nemmeno per un minuto, giusto il tempo di sbucciarsi come si deve!
    🙂

    1. hai pienamente ragione: grande la definizione della sbucciatura iniziatica … e peccato per i bambini di oggi che si perdono quella conquista di libertà (leggermente sanguinante) 🙂

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