Finisco da Danilo, Mangiafuoco, per bere un buon bicchiere di vino. Stavolta non scommette sulle foto mosse (vedi il post Mangiafuoco) e mi fa assaggiare un Franciacorta con le bollicine. Taglia un paio di fette di pane e, quasi monosillabico, mi chiede “Nduja?”. “Certo che si, pane al pane, vino al vino, ma una spalmata di nduja non la rifiuto di certo”. Questa 3 giorni genovese mi costa 900 minuti di allenamento in termini calorici.

Originaria di Spillonga (Vibo Valenzia), ma ormai identificata come prodotto Calabrese, la n’duja si prepara insaccando le parti povere del maiale mescolate con peperoncino rosso, e usando il budello cieco (orba) viene poi affumicata. Milza, stomaco, intestino, polmoni, esofago, cuore, trachea, parti molli del retrobocca e faringe, porzioni carnee della testa, muscoli pellicciai, linfonodi, grasso di varie regioni, pezzi di cotica: tutto tritato, impastato fino a raggiungere un colore rosso per le generose parti di peperoncino rosso che vengono aggiunte.

Mi ricordo quando sono andato, a vent’anni, in campeggio in Calabria: girando in Sila mi son fermato in un paese che avrà avuto 5 anime, tutte sedute intorno al tavolo di una cucina. Hanno aggiunto due sedie e ci hanno dato da mangiare: un piatto di pasta condita con un goccio d’olio e poi l’anziana signora rattrappita ai fornelli mi ha aggiunto un pezzetto infinitesimale di peperoncino, verde.

Ero più spavaldo all’epoca, mangiavo, bevevo e mi illudevo di imparare il sanscrito tentando di parlarne in tenda con la morosa. Un chiaro pirla idealista, insomma. Ho detto alla vecchietta “Metta pure che mi piace il piccante”. “Agiallu va duve truva grani” (L’uccello va dove trova il grano – proverbio Calabro) mi ha risposto.

La prima forchettata mi ha inibito le labiali: “p”, “b”, “m”, “f” e “v” non potevano più essere pronunciate per la temperatura prossima alla fissione del cobalto che avevano raggiunto le mie labbra. Poi è stato il tracollo delle rotolanti: “t”, “s”, “r” sono sparite dalla mia fonetica per il gonfiarsi della lingua. Infine ho inghiottito le 5 vocali nel patetico tentativo di chiedere dell’acqua. Completamente inibito nel parlare ho dovuto bestemmiare in codice Morse.

A meglia parola è chilla ca ‘un se dice” (La miglior parola è quella che non viene pronunciata – proverbio Calabro) mi ha detto la vecchietta. Ovvio!

Foto, un buon bicchiere di ieri sera, e una gran bella compagnia …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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