Sto mettendo ordine negli “armadi digitali” e mi è capitato tra le mani questo scatto fatto nel Buddha Tooth Relic Temple, addobbato per il Mid-Autumn Festival che si sarebbe tenuto da li a pochi giorni. Mi è venuto in mente che vi ho parlato del gelataio che ci staziona davanti da almeno un decennio (in questo post), dei giocatori di scacchi parcheggiati secolarmente alla sinistra del suo ingresso dal lato di Chinatown (leggi qui), l’ho citato nel raccontare cosa fosse un’anafora (vedi questo post), ma non vi ho mai raccontato nulla sul tempio.

Rimedio, in pillole però.

Costruito in un paio d’anni, tra il 2005 e il 2007, e costato una decina di milioni di euro, il tempio ha avuto una storia architettonica un filo travagliata. Nel 2002 il Maestro Venerabile Shi Fa Zhao si era messo a capo di un gruppo di consulenti e architetti sia di Singapore, sia ingaggiati in giro per il mondo: dopo aver considerato il tempio esistente, il Golden Pagoda di Paya Lebar, come inadeguato alle aspettativa di crescita di Singapore e alla conservazione della sacra reliquia del canino del Buddha, ha cominciato ad esplorare le alternative architettoniche.

Alla fine del 2003 aveva scartato una serie di progetti, la maggior parte emulazioni di templi esistenti con adattamenti alla localizzazione che ne frattempo era stata scelta, a Sago Lane. Shin Fa si rivolse ad un architetto locale, Tan Yen San, che colto da spirito futuristico e innovativo, disegnò il luogo sacro prevedendo solo pareti in vetro, con il messaggio di voler rendere più visibile a chiunque la divinità, e realizzare un’opera unica nel suo genere. Al Maestro Venerabile Shin Fa Zhao non vennero i capelli dritti solo perché, da buon monaco, se li rasava (come, ovvio, il sottoscritto).

Fatto ridisegnare il tutto con le pareti solide: il pastrocchio uscito non rappresentava più gli ideali architettonici della tradizione “Tang” cui ci si voleva richiamare, e per inciso, la “Dinastia Tang” che ha regnato sulla Cina tra il 618 e il 907 con ne note storiche di un paio di usurpatori e du rivolte, ma siamo qui a cazzeggiare, mica a fare storia sul serio.

A questo punto si prese uno studente di architettura, gli si fece appiccicare un po’ più di tradizione, modificare il tetto, riaggiustare i calcoli strutturali che nel frattempo erano andati a farsi fottere e venne fuori la roba che adesso vediamo. un paio d’anni per costruirlo, per addobbarlo con qualche decina di migliaia di statue del dio pingue ed ecco che ci siamo arrivati.

Non c’entra un cazzo, ma ho scoperto che sono stato l’ultima volta in Cina nel 2013, e l’ho scoperto perché sto compilando una richiesta di visto per andare a Shanghai tra qualche settimana: lì magari qualcosa di più “realmente tradizionale” riesco a ri-fotografarlo, per ora ci si accontenta degli addobbi ….

colors

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

9 Comment on “I colori del Buddha

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