Abdullahi Usman mette veramente a dura prova la mia capacità di comprendere l’inglese: mastica le parole, le insaporisce con il profumo del montone arrosto e poi le fa scendere nel profondo della sua gola prima di farle uscire dalle labbra, dove si impigliano nei baffi e vanno a far vibrare l’aria per raggiungere le mie orecchie, “U arh a great” mi dice dopo una buona mezz’ora che parliamo, “sei un grande”. Mai ricevuto un complimento così da un uomo, e soprattutto mai da chi viene dalla zona tribale del Pakistan, al confine con l’Afghanistan.

Waziristan lot of troubles, they kill you easy, everybody“: si, lo so. Il Waziristan, la regione da cui Abdul viene è nota per i conflitti tribali secolari, per le vendette che durano decine di anni, per l’infiltrazione talebana e per l’assenza di supporto da parte di polizia ed esercito. Una terra aspra, dura, crudele: dal coltello al kalashnikov, ma con una decisa preferenza per il primo per poter sentire il sangue di chi si uccide.

Siamo seduti su delle cassette della frutta, nel mercato di Deira, e sto girando qui ancora una volta per scattare qualche ritratto: i visi di questa gente mi affascinano per la loro bellezza. Quando vivevo da questa parti, oltre 10 anni fa, stampavo le foto per regalarle e far si che le potessero spedire a casa. Gente che rivede la propria famiglia solo dopo anni di assenza e trova i figli che li guardano come estranei. Oggi ci sono i selfie, non serve più: il virtuale che in qualche modo (e talvolta troppo) ci avvicina.

“Si, sono stato nel tuo paese, ormai quasi 20 anni fa: Karachi, Islamabad, Lahore. Ho assaggiato i vostri cibi freschi, ho sentito il profumo del montone arrostito e ho bevuto la Pakola, il soft drink di colore verde il cui nome deriva da ‘Pakistan Cola’. Ho visto la bellezza delle montagne e ho sentito l’ospitalità della gente”.”But now you no go, no good, they kill you for nothing” mi raccomanda.

Non vuole essere fotografato, rispetto il suo desiderio: c’è un senso di secolare tensione e diffidenza nel suo comportamento, anche se man mano che parliamo si allenta e comincia a sorridere. Mi racconta dei suoi 8 figli: una famiglia numerosa fa una tribù numerosa e forte che, in assenza di qualsiasi autorità, ti difende. Difende la tua vita.

What country better? U traveled a lot” mi chiede quale paese al mondo io preferisca. Gli rispondo “ovunque”. Ogni paese ha la sua gente, la sua tradizione, la sua cultura, la sua bellezza, la sua ragione: anche se talvolta bisogna scavare un filo a fondo ed eliminare gli eccessi. Ride, contento della mia spiegazione: “U arh a great, saddiki“.

Foto? Stamane ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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