Genova, mi prendo un’ora di pausa. Incontro persone che amano il proprio “dolce” lavoro, con una passione che tramanda oltre 230 anni di tradizione, quella di Romanengo che nel 1780 apriva nel quartiere della Maddalena la prima drogheria e spaccio di articoli coloniali.

Il loro negozio di Via Soziglia invece compie in questi giorni i suoi 200 anni di storia, e lo si festeggia organizzando un Convegno (Giovedì alle 17 in Palazzo Spinola Gambero) e un “open day” per Sabato sia nel negozio che nella fabbrica di Viale Mojon.

Sono stato in fabbrica oggi, a incontrare chi ha dolce amore per il dolce, lavorando esclusivamente a mano i prodotti con una pazienza che, come mi racconta Andrea, può portarti a metterci anche 20 giorni per realizzare un confetto.

Guidato da Enrica e Paolo, ho conosciuto l’altra Enrica che riempie a mano le forme per i cioccolatini, e poi Marcello mi ha poi spiegato l’arte dei loro canditi, cominciando dalla scelta della frutta allo snocciolare a mano ogni singolo pezzo, per poi bucarlo con attrezzi che hanno quasi 300 anni. Ho assaggiato il Chinotto, ancora caldo di candidatura e prima della “ghiacciata”. Ho visto le reti sulle quali lo sciroppo cola e ho sentito i profumi salire nell’aria.

Enzo mi ha spiegato come ognuno dei suoi dolci da dessert sia realizzato con le sue mani, ognuno con l’unicità del momento: tutti diversi ma identici, ma alcuni con una lavorazione in svariate fasi che lo fanno diventare poi una delizia.

Ho conosciuto Maria, che lavora i fondants in una nuvola di zucchero e amido, e, come dicevo sopra, Andrea che prepara i confetti con una passione che va oltre e ti riesce ad incantare mentre descrive la preparazione e ti mostra un paiolo di rame che arriva dall’unità d’Italia. Mi hanno parlato della loro voglia di realizzare dei prodotti unici al mondo, del loro desiderio di essere riconosciuti come i più bravi.

Ho chiesto ad Agnese come faccia a preparare l’assortimento delle confezioni: “Serve passione” mi ha risposto, “ogni scatola è differente dall’altra, è un’unico, dolce desiderio

Foto? Beh, si, qualcosa ho assaggiato anche, ovvio ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

25 Comment on “Il dolce amore per il dolce

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