Ieri sera un’amica mi ha invitato al concerto che Paolo Conte ha tenuto al Conservatorio di Milano: due ore spettacolari di musica, di ricordi, di bellissimi virtuosismi al piano, al sax, alla fisarmonica, alla chitarra. Nessun virtuosismo alla voce, ma il timbro unico e profondo che Paolo riesce a dare, dopo 77 anni e dio sa quante decine di migliaia di sigarette.

Marisa ci teneva: mi ha detto che sente questi siano gli ultimi spettacoli che questo artista riuscirà ancora a fare. Ha voluto costruirmi un ricordo.

Eravamo in classe assieme con Marisa, al liceo, per un po’ di divertenti anni. Poi non ci si è più visti fino all’insana idea di riunire la “vecchia classe” 30 anni dopo la maturità: c’erano rancori così profondi che a momenti due facevano a botte. C’è una ragione se non si mantiene alcun contatto per tre decadi: mai smuovere la bestia che talvolta alberga nel profondo, lo dice anche la Bibbia, cazzo.

Però Marisa l’avevo trovata bene, faceva la HR Lead in una multinazionale, era sempre sveglia, attiva, combattiva e si definiva sempre una “fascistella di merda” con il dono dell’ironia di cui solo chi è veramente in gamba è capace. Aveva passato un brutto momento, aveva perso una figlia, ma aveva stretto i denti e detto al mondo “vaffanculo, io vivo lo stesso e attraverso questa cazzo di disperazione“.

Poi la macchina s’è inceppata. La sua macchina, il suo corpo. Il suo sistema neurologico ha imballato come quando un pistone perde le fasce e combina un gran casino nella camera di scoppio. Anche le valvole sono sfarfallate via e tutta la gestione del viaggio che si chiama anche “vita” si è un filo incasinato.

Ieri spingevo nel cortile del Conservatorio la sua sedia a rotelle, fingendo fosse una moto facendo il classico rumore da Gran Premio, mentre lei urlava ridendo “occhio agli stinchi che passa la storpia spider“. La gente ci guardava con un sorriso, alcuni anche scuotendo la testa, ma sempre sorridendo.

Il concerto è stato bellissimo: all’uscita, dopo che lei era salita in auto, mi son reso conto che non avevamo fermato i freni della carrozzina e questa si era spostata al centro della strada, bloccando il traffico. L’ho raccattata per metterla nel portabagagli e, ad un pedone che mi guardava strano ho chiesto “Hey, hai mica visto uno con barba e baffi e un’aria divina? Ha detto a Marisa ‘Alzati e cammina’ e questo è il cazzo di risultato“.

Abbiamo riso. Marisa mi ha detto che sono un gran coglione, anche se simpatico. Io non le ho detto nulla, perché il suo coraggio di vivere la vita mi lascia senza parole.

Foto? Macchine, che talvolta si inceppano, ma sanno comunque sempre vivere molto bene: macchine …

macchine


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

15 Comment on “Le macchine si inceppano

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