Mi ero preparato accuratamente per il cambio di albergo che sancisce l’inizio ufficiale della mia settimana lavorativa in China: indirizzo in caratteri occidentali, fotografia dell’indirizzo in caratteri Cinesi, percorso su google-maps, indicazioni pronte alla mano.

Esco dall’ostello dove ho dormito il weekend e faccio vedere al doorman l’indirizzo di dove devo andare: si consulta con due colleghi, mi arpiona un taxi e se ne va senza comunicare altro al tassista. Bestemmione di rimprovero e lo aggancio per il colletto per cordialmente invitarlo a spiegare al guidatore dove debba essere trasportato. Grugniscono reciprocamente e parto.

Dopo 30 secondi il tassista emette una fragorosa flatulenza. Fosse stato il sonoro non me la sarai presa, ma l’aspetto olfattivo mi ha causato qualche sarcastico commento della sua alimentazione, basata su involtini di cavoli fermentati e topi in agrodolce probabilmente. Abbatto il finestrino e bestemmio nel traffico della mattina di Shanghai.

In un quarto d’ora mi porta in un albergo della stessa catena, ma assolutamente differente dalle indicazioni che la mappa che sto curando mi indica. Discussione (io in italiano, lui in che cazzo ne so, ma tanto la comprensione era solo intestinale), scendo dal taxi e chiedo al tizio gallonato in uniforme sulla porta se abbia idea di dove sia l’altra propriety. Mi risponde annuendo vigorosamente con la testa. Raccatto il bagaglio, tanto non sarei più entrato in quel veicolo mefitico e vado alla reception sperando che qualcuno comprenda l’idioma di Shakespeare e di Kennedy.

Una fanciulla mi spiega che l’altro albergo è a una ventina di chilometri di distanza: la porto fuori a spiegarlo al tassista e non posso fare a meno di ironizzare col tipo gallonato, sostenendo sia un gran pirla.

Parto con il secondo veicolo che si ingrassa contro una serie di colleghi manco fossimo tra gladiatori o samurai contemporanei: partono quelli che penso dal tono siano reciproci insulti fino a quando, bellicosamente, si affianca a un altro taxi, reo penso di averlo stretto in una curva e, dopo aver abbassato il finestrino e ripetuto ritmicamente quello che potevo comprendere fosse un insulto, si slaccia la cintura e apre la portiera, deciso a passare alle vie di fatto.

Ritengo di aver avuto oggi una conferma ulteriore di quanto si dice che i comandi vocali vengono percepiti non per l’articolato senso delle singole parole, ma per la tonalità che esprimono.

Se non ti metti subito calmo alla guida e mi porti in albergo senza far altre castronerie ti tolgo le tonsille per via rettale” gli ho detto, in un sereno e sommesso italiano. Mi ha guardato negli occhi attraverso lo specchietto e penso abbia capito che la mia non era una minaccia, ma un’accurata descrizione della procedura. Pacificato subito.

Poi mi si chiede perché continui ad usare la metro ovunque posso. Datevi delle risposte.

Foto? Strade e persone di Shanghai, ovvio …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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