Stavolta son partito con le migliori e più democratiche intenzioni nei confronti dei tassisti Turchi: mi son fatto mandare dall’ostello dove normalmente vedo a dormire le istruzioni in turco, la descrizione del percorso e una mappa dettagliata in un raggio di 2 chilometri.

Uscito dall’aeroporto ho attentamente atteso un tassista che mi desse fiducia, un’aria serena e sulla cinquantina, con un’auto in buone condizioni: salito gli ho piantato sotto il naso il foglio di carta. Ha annuito, lanciando l’unico monosillabo dei successivi 50 minuti: “ok“.

“Ok” un beato cazzo.

Per cominciare ho tentato di allacciare la cintura di sicurezza. La fibia era presente, come il nastro di contenimento, ma del fissaggio sul sedile non c’era traccia. Ho pensato si fosse incastrato nello spazio tra lo schienale e la seduta: un cazzo, non c’era nessuno dei 3 agganci che avrebbero dovuto essere corredo di sicurezza.

“Ok” uno strabeato cazzo.

L’uomo alla guida, dopo aver indossato un paio di fake Raiban (si, proprio scritto così sulla stanghetta, non il “Rayban” di proprietà di Luxottica) è partito con una guida al cui confronto qualsiasi episodio di Fast and Furious pare una robetta da Canton Ticino. Ha fatto una serie di peli e di sterzate all’ultimo, ignorando completamente l’uso di qualsiasi comando che non fosse lo sterzo e l’acceleratore, lanciandosi nel percorso cittadino del lungo-Bosforo mentre migliaia di carbonelle rallegravano la domenica dei nipotini di Ataturk che cuocevano agnello all’aperto.

“Ok” proprio un cazzo di niente.

È passato davanti alla deviazione che mi avrebbe dovuto scaricare in albergo con i muscoli rettali in spasmo, e l’ha ignorata completamente. “Huè, barlafus, guarda che hai mancato la svolta a sinistra” gli ho detto, agitando ancora le istruzioni stampate. Le ha prese, e senza minimamente rallentare se le è messe davanti alla faccia: ha tirato un’inchiodata che ho lasciato gli incisivi sul poggiatesta del sedile anteriore e in totale scioltezza ha fatto un’inversione a “U” in spregio di una doppia linea continua che avrebbe dovuto dissuaderlo almeno moralmente.

Nei giorni scorsi mi è passata per le mani una Glock 9mm e ho piantato una cinquantina di colpi nel nero di un bersaglio a 25 metri. Chiaro che possa essere un fattore di dissuasione per i miei prossimi percorsi in taxi da queste parti.

Per riprendermi ho dovuto concedermi una cena da Kosebasi, una catena che ha una dozzina di ristoranti qui a Istanbul: un paio di birre Efes e un delizioso Cop Sis, i cubetti di agnello marinati e grigliati, ma prima due passi per il Marka Park, dove suonavano una serie di gruppi locali hard-rock e si vendevano pannocchie abbrustolite …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

14 Comment on “Çöp Şiş

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