La Sheikh Khalifa Highway è vuota il Venerdì mattina: non si vedono gli agguerriti commuters che inchiodano alle speed-cam per poi pigiare il piede sull’acceleratore facendo rimbalzare le astronavi dai vetri oscurati. Non ci sono i bus di workers che trasportano forza lavoro a basso costo, non ci sono i suv con le mogli “espatried” che portano i figli alle scuole.

La bassa marea rende un po’ più spettrali le foreste di mangrovie e tutta l’area dove i kite-surfer si allenavano è stata recintata, impedendo l’accesso a una lunga fascia di costa che seguiva il profilo dell’autostrada. La stanchezza accumulata durante le 16 ore di lavoro di ieri si sente ancora e tengo un’andatura da pensionato col cappello su una Prinz NSU verde (e qui, per capirla, dovete almeno avere più di 50 anni).

Mi fermo alla pompa di benzina che preferisco da queste parti: una stazione di servizio leggermente nascosta dove non trova mai l’affollamento e le code che caratterizzano invece i tre punti piazzati nei 160 chilometri che separano Abu Dhabi da Dubai. Stamani ci sono solo due auto e un gruppo di accaniti (e assolati) bikers che stanno trovandosi per una smanettata.

Guidare una moto da queste parti è come mettersi su una pista d’atterraggio dietro ai reattori degli aerei in partenza: limiti di velocità, strade completamente rettilinee e con la più totale assenza di variazioni di livello a meno di non spostarsi a sud verso l’Oman e la catena dell’Hajar, una temperatura dell’asfalto che sale fino ai 75 gradi e brasa le gomme come se fossero parmigiano reggiano su una grattugia, e per finire uno stile di guida decisamente criminale ancora diffuso malgrado la seria campagna sulla sicurezza stradale falci quotidianamente migliaia di multe.

Multe? Se sei in un limite massimo di tolleranza fino a 40 kmh oltre il consentito e paghi subito son 300 denari locali, 75 euro. L’incidenza di questo sul reddito degli automobilisti locali? L’altra sera ho finito tardi in miniera e ho recuperato la macchina in parcheggio che saranno state le 22 quasi: sono rimasto bloccato in un ingorgo e qui, mi direte, dove è la stranezza? Era un ingorgo di Rolls Royces: ne ho contate 8 e non era una manifestazione organizzata dalla casa che mette una nike alata sul radiatore, erano un po’ di ragazzi che prendevano l’utilitaria per tornare a casa dopo una serata in pizzeria con gli amici.

Full of special, please” dico al tipo, stupendolo non solo per il fatto che aggiungo “please“, ma soprattutto perché spengo il motore e scendo dall’auto: qui tutti rimangono invece a bordo con finestrini chiusi e condizionatori a manetta. Pago 130 dirhams, 45 euro, per abbeverare il 6 cilindri di 3.600 cc: malgrado la benzina sia aumentata del 25% un paio di mesi fa, siamo ancora lontani dell’Italia.

Foto? “Il pieno, grazie” di stamani ….

full of special


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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