Edonismi e selfie sticks 

La dinastia Joseon si e’ data un gran da fare qui a Seoul: ci hanno lasciato ben 5 grandi palazzi imperiali e ieri sono andato a scarpinare nel piu’ grande, Gyeonbokgung, che gia’ a scriverlo ho difficolta’, figurati te a pronunciarlo: roba che se l’avessi perderei la dentiera nel tentativo.

Costruito a partire dal 1395, cosi’ facciamo un filo di aneddotica, e ampliato fino ad estendersi per quasi una cinquantina di ettari di complessi, ha raggiunto il ragguardevole numero di 7,700 stanze servendo come corte e come centro della vita politica sotto il nome (locale) di “Palazzo del Principe”. Storia travagliata poi, visto che nella meta’ del 1500 e’ stato quasi completamente distrutto da un incendio: ristrutturato con largo impegno finanziario, e’ stato nuovamente semi-distrutto durante il dominio Giapponese tra il 1592 e il 1598, stessa sorte che gli si riservo’ anche 300 anni e passa piu’ tardi quando ancora i figli del Sol Levante ne abbatterono un gruppo di palazzi per costruire il Centro Governativo Giapponese.

La domenica, si sa, porta frotte di fancazzisti in aggiunta ai pochi turisti presenti in questa stagione, e la cosa che si puo’ piu’ notare nella popolazione giovanile che girava per il parco (ma anche in qualcunaltro con eta’ ben piu’ marcata verso il mezzo secolo e oltre) e’ l’onnipresenza del bastoncino retrattile porta-telefono che permette di inquadrarsi e di scattare un’immagine di se stessi colta da un metro e mezzo di distanza. “Selfie stick” nell’inglese corrente, “mettiti quell’asta del cazzo nel xxxxx” nel mio linguaggio corrente quando girano per aria con ‘sti cosi che ti arrivano sul naso che manco se ne accorgono.

Per il postulato social-network “se non e’/sei su FB, allora non esiste/e’ vero” (dove “fb”, lasciatemi dire rappresenta per autonomasia un qualsiasi social network), il selfie stick ha dato un forte contributo all’edonismo virale, misurato in “likes” che il tuo circolo esprime. Se un giorno il caro Zuck mi mette anche il “no, cazzo” (al posto che la mano chiusa con il pollice alzato, l’icona potrebbe essere un pugno verso l’alto con solo il medio alzato), non mi “socializzerei” lo stesso, ma almeno plaudirei alla democraticita’ nell’opportunita’ di esprimere opinioni virtual-sociali.

Con onesta’ intellettuale devo pero’ ammettere che il fenomeno dell’edonismo virtuale e’ un qualcosa che ci prende e ci piace: selfie stick a parte, anche questo stesso blog ha alla fine un senso ombelicare di comunicazione del “Mau/me stesso” e quindi, da democratico materialista dialettico, devo convenire che alla fine anche io giro/comunico, anche se (spero) in modo piu’ soggettivo rispetto allo standard che le varie piattaforme propongono. E plaudete questa ammissione, son pirla ma almeno sincero.

Mi son messo allora a fotografare i grappoli di tizi e i singoli individui che affrontavano le pose piu’ cool, con sorrisi estasiati e l’onnipresente coppia di dita a forbice per indicare “son bella/o, me la godo, oh cazzo che gran figata la vita”. Devo ammettere che qualcosa di divertente ne e’ uscito, ed e’ stato un modo diverso di tracciare per immagini l’architettura e la storia del posto, attraverso una serie di attori inconsapevoli, talvolta comici.

Poi mi son fermato per un attimo e son passato alla coscienza dell’auto-analisi come direbbe Sigmund: “chi sono io che fotografo grappoli di mandrilli con i slefie-stickers, senza aver provato l’esperienza e quindi aver consolidato la categoria del giudizio?”.

No, non pensateci nemmeno.

Non ho messo la sorella minore “Q” della Signora Tedesca a Telemetro con cui sto girando questa settimana su una racchetta da tennis, tentando poi di raggiungere una sorta di autoscatto. Sono andato a cercarmi il modo più vecchio di fotografare se stessi, uno specchio.

Foto? Mau’s selfie “no-stick-please” …


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3 commenti

  1. Mau in giaccavento? Deve fare davvero freddo… 🙂

    1. Minima -4, massima 8 🙂 e non giacca a vento ma shell leggero 🙂

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