Siamo agli sgoccioli di questa vacanza: giovedi’ passero’ gran parte della giornata su una roba volante che mi porta da Seoul a London e poi un coso piu’ piccolo che mi scarica a Milano per 24 ore a vedere come se la cava la Cami con Nyla: sabato mattina raccatto un ulteriore aereo e porto le terga nel paese delle sabbie e le mani nuovamente sul piccone per un paio di settimane in salitissima.

Vediamo cosa posso concludere su Seoul, dopo quasi una settimana che sono da queste parti a cazzeggiare (e, penso ve ne siate accorti, a fotografare).

Citta’ facile da girare con mezzi pubblici e a piedi, dopo l’inziale osticita’ dell’alfabeto visto che buona parte delle indicazioni sono tradotte anche in inglese, autobus a parte dove si va in navigazione stimata. Chiedere indicazioni e’ semplice e lo si puo’ fare anche in italiano, tanto la stragrande maggioranza degli abitanti parla solo Koreano: basta centrare la pronuncia del posto dove volete andare e si sbracciano per indicarvene la direzione. Lo so, e’ solo per aree abbastanza prossime, ma per il resto la cartina fa il suo egregio lavoro.

Il costo della vita da “turista fai da te” e’ molto buono per essere in una capitale dell’Asia: una decina di euro al giorno per i trasporti, una trentina a testa per il cibo durante tutta la giornata a meno che non ci si lanci in qualche korean grill di ultralusso dove il livello qualitativo della carne e’ sublime, ma si raggiunge la cinquantina di talleri a cranio.

Cose da vedere in termini storico/cultrurali che ne sono per almeno 3 giorni, e poi un altro paio possono essere dedicati agli aspetti più ruspanti come i vari mercati di dimensioni ragguardevoli. I parchi (dei Palazzi) sono enormi, e molte altre aree cittadine sono a verde: inquinamento c’e’, ma e’ a livelli tollerabili se confrontato con la China. Le distanze non sono epocali e se ci si mette in mente di camminare una ventina di chilometri al giorno si riesce anche a esplorare parti fuori da qualsiasi circuito turistico.

La gente anche qui passa molto del proprio tempo con il cranio chino sullo smartphone: non amano tentare di scansarvi se siete sulla loro traettoria, e, malgrado siano visibilmente meno grossi di me, hanno continuato a schiantarsi e rimbalzare. Contenti loro: ogni tanto sembravo il compianto Lomu con i giocatori avversari che tentavano un placcaggio, ma la sorte era quella di lasciarmi passare come una bacchetta nel ramen (che “coltello nel burro” qui non si capisce come riferimento edotto).

Ci sono enormi aree di quartieri dormitorio, e altre con una presenza millimetrica di brand occidentali in una densita’ di retail che mi riesce difficile comprendere come stiano in piedi economicamente: io evito entrambe le cose quindi “no worries”.

E’ un posto dove avrei voglia di tornare per vedere e conoscere ancora di più? Mmmmm, forse no: mentre Shanghai, Tokyo, Beijing, Hong-Kong, ma anche Singapore, KL, Hanoi e Ho-Chi Min City son tutti posti dove continuo a tornare, e tornerei volentieri anche domani, penso di aver “esaurito” Seoul con questo giro.

Foto? Un po’ di cazzeggio a casaccio, che le immagini per le quali sono venuto qui hanno gia’ preso una loro strada ..

 


  


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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