Ieri mi son messo in testa di avere almeno 20 anni di meno e ho inforcato la bici per una quarantina abbondante di chilometri e poi ho macinato un po’ di vasche fin quando, un’ora dopo, ho fatto le pulizie di fino: praticamente un altro paio d’ore abbondanti di “corpo libero” con aspirapolvere, straccio e spazzolone,

Il mio bisogno di proteine intorno all’una era paragonabile a quella di un tyrannosaurus dopo una dieta prolungata, ma non sto qui a raccontarvi l’ultima scoperta del supermercato sotto casa: confeziona delle mono-dosi (che sarebbero da due persone, ma me la mangio da solo) di shabu-shabu a base di carne Australiana, che fatte invece a scaloppina al burro rappresentano uno dei gradi nell’estasi del Nirvana.

Mi è invece capitato un episodio che definirei “bizzarro“, perché “che manica di stronzi” non è politically correct scriverlo sul blog, visto dove abito.

Sono volato in bici. Ma questo non è bizzarro, è un ricorso storico di cui porto visibili cicatrici da quando ero bambino.

Questo invece è bizzarro.

Una parte del percorso che faccio è lungo la Corniche e parte della pista ciclabile (frequentata da chiunque non sia in bici, ma non ho spazio adesso per polemiche culturali) è pavimentata a piastrelle. Sulla strada del ritorno le stavano pulendo con un getto d’acqua, e il mix tra acqua e resti abbondanti degli idrocarburi che pascolano 24×7 l’area, crea una condizione di assenza totale di attrito o aderenza, come se fosse una sorta di esperimento sulla continuità del moto rettilineo uniforme e Galileo nella tomba avesse un sussulto di gioia.

Ero quasi certo sarei caduto, e al solito ho ragione, cazzo.

Poca roba: l’anteriore che scivola via in una curva, il ginocchio che tocca il pavimento e poi riesco a rotolare per diminuire la violenza dell’impatto: pochi danni, a parte la ginocchiata, ma nulla che un po’ di chimica in gel non possa rimettere a posto in qualche giorno. Non ho nemmeno bestemmiato. Zen praticamente.

Mentre ero a terra a controllare i danni e a togliermi la bici d’addosso sono passate 5 persone, tre a piedi e due in bici. Manco uno che si sia anche solo fermato a chiedere “hai bisogno?“, o “ti sei fatto male?“. No, cazzo. Li per lì mi ha dato fastidio, dopo mi son proprio girati i coglioni.

Ma dove sono? Capisco la cultura riservata, o addirittura individualista (anche se non posso certo sposarla), ma cazzo, ti vola davanti un facocero pelato e non fai nulla?

Avrei preferito anche il sarcasmo, come quello di una ragazza a Genova, che quando mi ha visto letteralmente cappottare e saltare oltre il manubrio mi ha detto “ma come ha fatto, non sarò io che le ho portato sfiga?”

Foto? Il ginocchio per accordi di riservatezza non ve lo faccio vedere, ma accontentatevi con la bici all’alba e un selfie nel traffico mentre portavo oggi la bici a fare il tagliando …

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world, and the seven seas, for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves, often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

11 Comment on “Il ginocchio solidale”

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