Il Mango di Mao

Stamani leggevo sulla BBC un articolo che mi ha ricordato perché il mango in China sia un frutto portato quasi alla venerazione che mi viene offerto in un misto di timore, riconoscenza e sacralità durante alcune delle mie visite nel Paese del Drago: storia curiosa che merita di essere condivisa.

Nel 1966 Mao lanciava in China la Rivoluzione Culturale contro le forze reazionarie che non si allineavano verso il radioso futuro dell’avvenire comunista: prese i suoi studenti del Red Army e li incitò verso una lotta per sradicare le resistenze al cambiamento ed eliminare i “vecchi” elementi di pensiero borghese. In due anni fu il troiaio più inverecondo (oltre a una sagomata di morti).

Resosi conto che aveva fatto una cazzata e che le formazioni studentesche ormai erano più una lotta di fazioni che un coeso gruppo d’assalto culturale, il mio quasi omonimo ordinò a 30mila operai di dirigersi verso la Qinghua University di Beijing.

Questi, armati da una fede incrollabile nel Comunismo del Presidente Mao, e del suo libretto rosso a visa di talismano, dopo qualche giorno di scontri che lasciarono oltre 700 tizi con le teste rotte, conquistarono l’università e decretarono una fine agreste per gli studenti, e qui leggete “agreste” in senso molto Cambogiano-Pol-Pot-tesco (vedetevi il film “Killing Fields” per capire).

Il Presidente Mao, con gesto magnanimo, premiò gli operai con il dono (riciclato) di una quarantina di manghi. Il frutto era sconosciuto in China, e il giorno precedente il presidente del Pakistan, in visita ufficiale, gliene aveva regalato una cassetta, quindi girato agli zelanti operai.

Ho toccato con mano il culto sacro che aleggiava nella China di quegli anni per tutto ciò che veniva da Mao (cui anche una serie di giovanissime donzelle si imolavano sessualmente, ma questa ve la racconto un’altra volta) quando, alcuni anni fa, un vecchio monaco di uno shrine mi raccontava che aveva salvato i bellissimi quadri d’oro del Buddha coprendoli con un’immagine del Grande Condottiero e bardandoli di nastro rosso. Rideva ancora davanti a me e alla mia interprete nel raccontarmi che le Guardie della Rivoluzione si inchinavano davanti a quei baldacchini buddisto-comunisti.

La cassa di mango quindi fu vista come un dono celeste.

Un’assemblea fu convocata immediatamente per decidere la linea politica. I due pirla che dissero “Cazzo, ce li mangiamo che abbiamo una fame troia e anche un grammo a testa va bene che ci lecchiamo i gomiti” furono immediatamente spediti nelle provincie dell’ovest con un cartello al collo “sono un controrivoluzionario alimentare” dove manco fecero in tempo ad arrivare.

I circa 40 mango furono distribuiti nelle fabbriche più zelanti di tutta la China, spesso facendoli volare come soli passeggeri di aerei e accolti come reliquie sacre.

Furono fatte copie in cera, adagiati su cuscini rossi di seta e coperti in teche dei migliori cristalli in fronte alle quali torme di fedeli leggevano i pensieri di Tze-Dong in rituale estasi.

Pare che uno di questi mango, giunto ormai marcio, venne accuratamente sbucciato e messo a bollire in un centinaio di litri di acqua filtrata: una coda immensa si allineò poi per ricevere un cucchiaino di quel sacro liquido, come una sorta di Lourdes dagli occhi a mandorla.

Rimase, e rimane tutt’ora la sensazione che con quei mango si concluse la Rivoluzione Culturale e poi un periodo di comunque turbolenta successione che si chiuse con la morte di Mao, dio in terra, nel 1976.

Foto? Qualche anno fa ho passato un weekend a Beijing con un sole stupendo e un raro cielo azzurro: ovvio abbia mangiato anche mango …

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