Quando emergo dalla metropolitana alla stazione di Al Riqqa, dopo il suo unico breve percorso sotterraneo,  un sorriso mi è apparso sulle labbra: è la sensazione di “realismo” o meglio di “verismo” e mi son trovato con qualche cella di memoria che mi si è spalancata sull’ultimo anno di liceo su Giovanni Verga, Luigi Capuana e Matilde Serao.

Basta poco, in un posto ove il “nuovo e luccicante” è l’imperativo, per percepire invece la presenza di un substrato di umanità tangibile, in una bolgia genetica, culturale e geografica, in una babele linguistica che trova nella violenza semantica e fonetica applicata all’inglese una lingua franca con la quale si commercia tra umani beni, fatti e sentimenti.

Due scatole di cartone e una sedia pieghevole sono il negozio di operatori telefonici che ti garantiscono l’attivazione immediata di una sim pre-pagata, e ti offrono bridge di voip per telefonare nel subcontinente indiano spendendo poche rupie, visto che si appoggiano a server che penso siano da qualche parte nel Kerala.

Trovo subito dopo chi, con sguardo ammiccante, ti propone una serata nel club Manila 21, dove spero il numero indichi l’età minima richiesta per entrare (o la minima peer erogare servizi, ma qui mi fermo), mentre è chiaro che il contesto si offre come densamente filippino.

Risalgo una serie di negozi dove la creatività del visual-merchandising potrebbe far suicidare Ralph Lauren, e la coerenza tra insegna e prodotti è assolutamente casuale: una luminosissima scritta che richiama il caffè sudamericano sovrasta un negozio di vasi in checazzoneso delle forme e colori più trash dei programmi televisivi trash asiatici. Altri espongono scarpe a grappolo o tuxedo bianchi che pensavo fossero stati banditi dalla convenzione di Ginevra sul gusto nel vestire.

Mi siedo all’aperto in un ristorante che celebra la cucina irachena e, mentre mi passa davanti l’umanità in un esodo casuale, arrivano subito un paio di focacce appena sfornate. Il piatto del giorno è la trippa, che cortesemente declino: va bene essere abituati a mangiar qualsiasi cosa ma una trippa è come fare la roulette russa con la dissenteria senza togliere manco un proiettile.

Le mezzah sono fresche e saporite, le costolette d’agnello sono deliziose e divine con un fondo di grasso sfrigolante che ne esalta il sapore. Ogni tanto un cetriolo rosso marinato mi tira una sberla a lingua e palato, riportandomi poi all’estasi del cibo. Un tea forte e duro con un piccolo cucchiaino che ti permette di dosare lo scioglimento dello zucchero completa il pasto e sembra quasi una grappa da quanto il tannino salta deciso.

Foto? Continuo a girare e mi dispiace non aver dietro la Signora Tedesca a Telemetro, ma da queste parti ci torno presto e magari ci passo anche un weekend: qualcosa con l’iphone …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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