Oggi mi sembra che la poltrona dove sono seduto si sia ristretta, e non parlo della cintura di sicurezza che preme sull’adipe dopo i satay con la caraffa di Tiger di ieri sera e i dumpling al granchio di Din Tai Fu di ieri a pranzo: è un problema di spalle, non ci sto proprio oggi nel 7B.

Mi ci sono seduto intorno alle 9 e mezzo e poi il sigaro volante ha attraversato il breve spazio aereo di Singapore, ha risalito il Mar delle Andamane fino al Golfo del Bengala, si è fiocinato il continente indiano per la sua larghezza, per poi proseguire sull’Oceano Indiano, attraversare il Sultanato dell’Oman e poggiare i piedi sulla pista dell’Emirato Cicala dove tutto è “più” (alto, nuovo, grande, folle, luccicante, lussuoso, speculativo, etc).

Non penso che il 7B si sia ristretto dopo un lavaggio alla temperatura sbagliata, e del resto sono anche propenso a pensare che le mie spalle non si possano essere ingrossate con il poco esercizio fisico delle ultime 48 ore: rimane solo la spiegazione (dopo aver comunque ribadito che la base atropometrica sulla quale disegnano gli aerei non sia la mia ma quella di qualcuno che pesa almeno 50 chili di meno) dell’insofferenza per 8 ore seduto/sdraiato.

Torno a casa per una settimana prima di andare poi a salutare i nipotini di Ataturk (che, per inciso, vedesse che stanno combinando si incazzerebbe di brutto): gli impegni dovrebbero comunque consentirmi di sviluppare un paio di pellicole che ho scattato tra Little India dove son passato a verificare che Jack fosse ancora vivo.

L’ho trovato nel classico stato di post-sbornia con le pupille degli occhi di un nero Jack Daniels e l’iride di un marrone-rosso Jonny Walker: qualche dente di meno e il solito accento sbiascicato sing-glish che deve riscaldarsi i primi minuti come un diesel per diventare comprensibile e scollare la lingua dal palato.

“Jack, hai mai pensato di smettere o di almeno bere un filo meno?”, gli chiedo con un tono pleonastico al quale non credo manco io, “magari pensi che la conservazione del corpo sotto spirito sia sana, ma ti devo avvisare che normalmente si effettua dopo che il soggetto abbia tirato le cuoia”. “Mau” mi risponde “e si che ti tiro fregature da un paio di decenni almeno, non hai ancora capito che il whisky è la mia vita?”

“Prendi due sciarpe in seta grezza, sono la cosa migliore che io abbia in questa settimana, e dammi $20 (circa 15 euro)” e mi faccio anche accompagnare nella bancarella poco più avanti dove raccatto l’ennesima borsa in tela dove butto dentro la macchina fotografica quando cammino a spasso per le città, facendo inorridire i puristi che per un graffio si suiciderebbero inghiottendo un telemetro al cianuro.

Gli scatto un paio di immagini e riparto verso Bugis, dove mi ha detto ci sia ancora un negozio che vende e sviluppa pellicola fotografica: devo fare in modo di mandargli qualche sua fotografia, mi ha chiesto di poterne incorniciare una e dopo avere i miei scatti esposti negli angusti appartamenti occupati dalle nonnette ultra-novantenni dell’Astor House Hotel di Shanghai, mi pare giusto ce ne sia anche uno da queste parti.

Foto? Beh, bisogna aspettare che le sviluppi, ovvio, e allora vediamoci il bar che c’è all’angolo tra Orchard e Scott’s, in un sabato sera sociale …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

9 Comment on “Orchard ‘n Scott

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