Ogni volta che ci passo mi ricordo i loro nomi: in piedi Zoya Kosmodemyanskaya è la donna a destra, e  Matvey Kuzmin l’uomo barbuto a centro, vicino al quale c’è una terza figura inginocchiata. L’austera statua dei tre partigiani intabarrati per l’inverno Sovietico, con mitra e moschetto, non manca mai di avere un mazzo di garofani rossi alla sua base, dono di qualche nostalgico grato per uno sforzo costato decine di milioni di vite umane.

Sono alla stazione di Partizanskaya nella Metro di Mosca.

La stazione è stata aperta durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, e chiamata inizialmente “Izmailovsky park kul’tury i otdyha imeni Stalina” (“Parco Stalin Ismailovsky per la Cultura e il Divertimento“),  poi abbreviata in Izmailovskaya nel 1948, per ritrovare nel 1961 il toponimo Izmailovsky Park (e anche l’adiacente Stalin Park ha subito la stessa sorte dopo il Discorso Segreto su Baffone), e atterrare nel 2005 – in un momento di rivitalizzazione degli antichi fasti della CCCP – al nome attuale di Partizanskaya. Una roba che chi si è trovato a disegnare la mappa di Mosca si è morso gli alluci dal nervoso.

Pascolo un paio di amiche verso il mercatino Izmaylovsky Market (e adesso la pianto con i toponimi scioglilingua, lo prometto), dove tra la paccottiglia di recente produzione si trova talvolta qualcosa di interessante: volevo cercare una Fed, la copia Russa della Leica III, a pochi rubli ma – a parte qualche chilo di Zenit – quello che vedo in vendita è disastrato e offerto ad un prezzo che meriterebbe la risata aperta, non fosse che anche qui non hanno il sense of humor e poi in molti son grossi come me.

Sulla destra dell’ingresso una lunga fila di braci fanno sfrigolare manzo, agnello, pollo e altri prodotti autoctoni dove il forte sapore di affumicato nasconde una qualità della materia prima leggermente incerta: una focaccia calda e una birra fredda ci fanno da contorno mentre celebro il mio appetito atavico e non sono nemmeno le 11 di mattina.

Foto? Al solito pellicola TMax400 con una Leica M7 affumicata …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

One Comment on “Izmaylovsky aka Stalin Park

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