Quando il tassista baffuto, Caronte del trasbordo di stasera dell’Acheronte tra miniera e ostello, all’altezza di Besiktas ha mancato con serenità la deviazione per Sisli e ha tirato dritto verso quello che potevo intuire fosse una traiettoria verso Piazza Taksim, mi sono limitato ad esporre il labbro inferiore in senso dubitativo e, alzando le sopracciglia e corrugando la fronte ho indirizzato con discrezione la destra con la mano a tentare un’ultima manovra correttiva.

Penso di essere dotato per le lingue: acquisto una discreta e maccheronica padronanza degli idiomi con facilità, con 2 eccezioni universali: il Turco e il Tassistese (la lingua parlata dai tassisti, indipendentemente dalla loro collocazione geo-politica e spaziale). Essere in un taxi a Istanbul mi fa quindi normalmente esprimere in italiano corrente, condito con qualche bestemmia ad esaltazione del sapore: stasera ho addirittura rinunciato a favore del silenzio in spirito Gandhiano.

Le nuvole del temporale che si vedevano da Etiler sono diventate uno scarico di acqua impressionante, con le strade trasformate in torrenti in piena e baffi laterali come motoscafi Riva si alzavano dallo scassato taxi sul quale ero seduto.

Mi è scattata la cella di memoria mitologico-linguistica e in attimo di disattento sarcasmo ho detto al tipo alla guida “Questa è un’egira egida“, ricevendo una risposta in una lingua che sapeva di montone arrosto, di tea bevuto nei bicchieri e di melanzane con il pomodoro fresco.

L’Egira indica il viaggio che Maometto ha compiuto dalla Mecca a Yathrib (poi ribattezzata Medina, “Città del Profeta”), per sottrarsi ai rischi di chi – ostile alla nuova fede – vedeva nell’Islam un pericolo” ho cominciato a dirgli, evitando il sarcastico dito indice alzato, caratteristica costante di alcuni dubbi individui che impartiscono dottrine malsane, “mentre l’Egida era lo scudo di Zeus che si credeva fatto di pelle di capra – in greco aigòs – fino a quando una commedia di Eschilo l’ha rappresentato come nubi tempestose – giocando con l’assonanza a kataigís, tempesta“.

Il baffuto mi ha guardato: “Salaam” gli ho detto, e lui ha continuato a guidare il motoscafo controcorrente.

Foto? un po’ di giochi ottici sotto la pioggia ..

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

2 Comment on “Una tempesta mitologica

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