Mi son fatto incantare da un nuovo sport, lo “stand-up pladdle-boarding“, o più semplicemente “SUP“.

Con radici in Africa, dove alcune cronache coloniali lo descrivono come una forma di attacco sull’acqua dei guerrieri in piedi sulle loro canoe, la tecnica ha poi visto un forte sviluppo nelle Hawaii come alternativa al surf “classico” per correre l’onda oceanica.

Andando all’essenziale uno deve stare in piedi su una tavola (un filo più grande e spessa di quella per il surf), in acqua, e pagaiare alternando destra e sinistra per mantenere una direzione ragionevolmente coerente, non come quelli che escono dalle osterie venete dopo una gara di ombre.

C’è da queste parti un’area naturalistica protetta, il Mangrove National Park, che non raggiunge le dimensioni del più famoso omonimo nella DRC (768 chilometri quadrati quello), ma sono quasi 20 chilometri quadrati di superficie lungo la Al Salam St., estendendosi verso est. Area calma, con maree quasi trascurabili e con buon controllo dei mezzi a motore. Sono già tre volte che mi cimento, prima per solo un’ora e adesso invece per pagaiate di un paio d’ore ciascuna.

La prima volta mi hanno dato una tavola inadatta al mio peso (era quasi completamente sommersa): sono volato in acqua 5 volte, visto che bastava sbilanciassi il mignolo per perdere stabilità. Unica cosa divertente è che pareva camminassi sulle acque come faceva quel tipo famoso sul Lago di Tiberiade.

Poi mi sono documentato.

Seconda volta sono uscito su una roba che pareva la Portaerei Nimiz: potevo ballarci sopra l’hula-hop senza rischiare alcun ribaltamento. Anzi mi sono avventurato all’interno del parco fino al canale navigabile che lo taglia sulla verticale tra Al Reem e Al Mariah, con evoluzioni che hanno compreso anche il bermi una bottiglia d’acqua, togliermi la maglietta e bagnarmi la pelata che stava per andare a fuoco nel sole di un tardo Febbraio. Quasi un professionista.

Poi li ho visti da lontano, e da buona sibilla ho previsto l’inevitabile.

Tre filippini, due ragazze e un ragazzo. Tutti in carne al livello che io paio un efebico magrolino scricciolo, e insaccati dentro life jacket che si innalzavano a decapitarli per la spinta delle trippe sottostanti. Epitome di scoordinamento totale, di assenza del gesto atletico e di ogni basilare sensazione di traiettoria e movimento. Una nuvola agitata di 3 pagaie, istallate in un kayak che sbandava paurosamente manco fosse it Titanic dopo aver incornato il suo iceberg.

Ho piegato a sinistra, e poi a destra (che “dritta e manca” o “tribordo” mi pare esagerato su una tavola da sup). Ho rallentato, ho cercato di fuggire. Nessuna speranza, mi sono arrivati addosso in un turbinio di mani, pinne, teste, sacchetti di cibo e lattine di soft drink.

Vai addosso a qualcuno? Succede: mantieni la calma e lasci che i due panfili si sfilino nell’inerzia.

Col cazzo: la tipa di poppa ha cominciato istericamente a dare manate sulla mia tavola e cercare di spostarla. Ho risposto con una gentile pagaiata sulla sua testa, ovvio per richiamare la sua attenzione, che nel caos totale continuavano ad urlarsi vicendevolmente in filippino. Poi per giustizia l’ho assestata anche sulla testa degli altri due: si dica mai che non sono un sincero democratico.

Pacificato immediatamente la situazione. Ripartito in navigazione sereno come Mosè sulla sua arca, e ho fatto anche il miracolo di farli coordinare (nel massaggiarsi la testa ad occhi bassi, ovvio).

Foto? Non c’entra nulla, ovvio, se non l’area geografica nel quale l’ho scattata, visto che non mi porto dietro nulla mentre pagaio: l’altra sera mi sono perso e ho trovato un’area dove gli appassionati della caccia col falcone esercitano i loro esemplari, compensandoli con affetto prima che con bocconi di carne …

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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