Quando la sveglia ha cominciato a suonare erano le 4. Impietosa.

Ho realizzato di aver dormito a “ferro da stiro“, collassato di pancia, dopo la cena che mi ha ricordato sapore italiani, con una burrata accompagnata dalla pappa al pomodoro, e i paccheri con pachino e basilico fresco. Anche il bicchiere di Sangiovese che mi son concesso sapeva di nostalgia. Tutto il resto no, per un cazzo.

Il mio ospite invece aveva attaccato un piatto di ravioli al formaggio, e alla mia seconda domanda aveva piantato di fare il brillante, capendo che non ero davanti a lui per disputare se il tartufo a Doha fosse meglio o peggio di quello di Alba (e si è guadagnato una scomunica, oltre alla reprimenda professionale), ma per un aggiornamento di attività su quattro paesi.

Mau, all is running very well“, aveva esordito, “Ma manco per una delicata minchia“, gli ho risposto in un inglese impeccabile, simulando anche un accento di Oxford per soppesare maggiormente l’espressione gergale. E ho cominciato a snocciolargli alcuni numeri che non mi piacevano, oltre a una serie di azioni che mi sarei aspettato da lui prima che fossi io a ricordargliele. L’umorismo, insieme all’appetito, gli è passato al volo.

Venivo da 90 precedenti minuti, senza pause, di chiacchiera intensa con un’esperta in dialettica Shakespeariana , un’avvocato che conosco da 10 anni,  e – forte dell’allenamento sull’idioma – l’ho incalzato con una serie di sereni suggerimenti al cui confronto la tortura delle cento spade è un piacevole solletico.

47 minuti dopo aver ordinato gli ho chiesto se fosse interessato a dolci o caffè: “si è fatto tardi” mi ha risposto, felice di poter abbandonare quella graticola, capendo che dietro il mio sereno e professionale sorriso c’era un cuore che batteva sotto i 50 mentre stavo pensando di strangolarlo (idealmente) e di porre fine alle minchiate che tentava di raccontarmi.

Torniamo alla sveglia: alle 4:30 ero alla reception dell’ostello per il check-out e, quando ho chiesto “mi chiamate un taxi per l’aeroporto“, la risposta sorniona “sono qui fuori, sir” mi ha fatto sorridere.

Vero che non state cercando di appiopparmi una di quelle auto con autista, che sotto la pretesa di essere un servizio pubblico, mi ladrano 250 QR, mentre la corsa con un sereno taxi pubblico non supera i 35 QR?” con l’innocente ironia di 125 chili di trippa e muscoli assortiti.

Tre minuti dopo ero su un bel taxi regolare e democratico, per un appuntamento “sotto il pupazzo” nel terminal partenze dell’aeroporto di Doha, aspettando il mio volo per Abu Dhabi, con la Camilla che arrivava invece da Milano e aveva una coincidenza per Colombo nello Sri Lanka.

Foto? Dall’ostello al pupazzo, alla Camilla …..

 

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

8 Comment on “Ci vediamo sotto il pupazzo

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