Stamani mi pareva di essere il boccino su un tavolo di biliardo, ovvio all’italiana (quello giocato con 2 bilie grandi e una più piccola, e senza buche), mentre venivo sballottato in giro per la Capitale Federale del Paese dei Castelli di Sabbia.

Uscito dal Consolato Chinese, brandendo il mio passaporto che sanciva – in una delle sue poche pagine libere – il permesso ad entrare nel paese dei nipoti di Mao The Tung, sono entrato nella Camera di Commercio per autenticare un documento che mi concede poteri semi-divini su un’azienda registrata da qualche parte nella Penisola Arabica.

Assistito da un legale che parla la lingua delle consonanti, e che portava sotto braccio un voluminoso fascicolo ricco di pagine ceralaccate, mi son seduto davanti al Notaio che doveva sancire che io fossi io, in una versione più burocratica della Fenomenologia dello Spirito del buon Hegel. Ho assistito a un fitto dialogo di ben 18 minuti tra i due, dove le uniche cose che coglievo erano la sillabazione del mio nome e la menzione di Amsterdam, dove la mother-company è registrata.

Ho chiesto un caffe’ al cameriere che scivolava etereo attorno del Notaio, e ho attivato la modalità “Mau-Zen” dove nulla e nessuno turba il mio stato catatonico.

Al termine si sono rivolti a me, e annuendo con serietà mi hanno spiegato che, malgrado il mio nome fosse scritto correttamente in tutte le versioni dei documenti in inglese, in una traslitterazione araba era invece indicato come Ma-v-urizio, generando un “legittimo” (sarcasmo) dubbio nel Notaio, custode della validità dei negozi giuridici, col compito di attribuire pubblica fede agli atti e sottoscrizioni apposte alla sua presenza.

E qui ho scoperto che sono cambiato, in tutti questi anni.

Una volta avrei polemicamente chiesto se l’errore di stampa di qualche oscuro scrivano avesse potuto minare il mio status, e che ne battevo le gonadi a due mani dei dubbi, chiedendo che l’intelligenza vincesse sulla burocrazia.

Oggi no. Oggi zen.

Ho ringraziato entrambi, ho terminato il caffe’ e sono uscito, via di carambola, arpionando sul marciapiede un taxi che mi portasse all’Ambasciata del Paese Custode delle Due Moschee, dove mi attendeva la richiesta di un altro visto a terminare le pagine del mio passaporto.

Foto? Nulla di oggi, ovvio, ma un murales in Trengganu St, a Chinatown, visto che a breve volo nella People’s Republic …

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

5 Comment on “Carambola

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