Da molti anni vedo uno strano divieto in molti alberghi, aeroporti, metropolitane o altri luoghi pubblici in Asia: il classico cerchio rosso barrato del “proibito” in simbologia ISO standard, sovrasta una sorta di pigna nera. Ho chiesto e mi è stato risposto sempre che il divieto riguardava un frutto, il durian, che (riferisco testuale) “ha un odore che qualcuno adora mentre altri percepiscono come molto fastidioso“.

Non potete certo sopravvivere senza sapere che il durian è il frutto di una pianta della famiglia delle Malvaceae, anche se alcuni biologi lo fatto vivere in una specie a se stante, le Durionacee. Lungo una trentina di centimetri per un diametro di 12-15, ha un peso che varia tra  uno e i tre kili. Si presenta di colore giallognolo, tendente anche al rossiccio, come un melone coperto di bitorzolini a cono. Matura tra giugno e agosto.

Alcune persone lo definiscono “il re di tutti i frutti” e ricercano la sua polpa giallognola come una vera prelibatezza. Il costo, rispetto all’altra frutta a Singapore, è esorbitante: dai $15 ai $25 l’uno e, spesso, gli appassionati ne acquistano quattro o cinque per dare piena soddisfazione alla loro passione durante la stagione, spendendo oltre $100.

Dov’è il problema? Il suo odore è forte e persistente.

Viene testualmente descritto come un misto tra escrementi, cipolle andate a male, sudore stantio e pedalini usati per giorni consecutivi. Ha lo stesso effetto esplosivo sui canali olfattivi che masticare una generosa cucchiaiata di wasabi. Riempirsi la bocca di caramelle alla menta e fisherman-friends e poi bere una Perrier ghiacciata.

Gli Stati Uniti e UK ne hanno proibito il trasporto e l’importazione da fresco: deve essere assolutamente surgelato e in un packaging simile a quello ne quale viaggia il materiale bio-hazard tipo i virus Ebola. Questo già spiega molto del suo temibile potere.

Ieri sera, a cena in un ristorante Peranakan (la cucina che unisce il chinese e il malay, una sorta di “fusion” dei primi del 1800), ho avuto il piacere di assaggiare il durian.

Servito in una coppa con ghiaccio, a 2 metri di distanza ho capito di aver fatto la cazzata dell’anno. Mica però potevo tirarmi indietro dopo aver dichiarato la mia passione per le tradizioni culinarie locali e la mia apertura mentale all’esperienza della tradizione che tanto avevano impressionato l’audience.

L’odore è un montante d’incontro che, partendo dal tuo sistema olfattivo, di fa vibrare anche le vertebre cervicali. L’ho portato alla bocca in un’apnea totale.

Mi chiedono “Allora cosa ne pensi? Com’è il sapore?“.

La mia risposta: “Well, you know, I cannot say I ever had the pleasure of chewing dog-shit, so it’s hard to tell, but this is incredibly like what is my idea of eating a dog-shit” (“Beh, non posso certo dire di aver mai avuto il piacere di masticare merda di cane, ma questa roba è la cosa che penso possa esser più vicina a quello possa essere il sapore della merda di cane”).

Il sapore mi ha accompagnato tutta la notte malgrado mi sia lavato i denti 6 volte anche con la schiuma da barba e lo shampoo. Ho fatto gargarismi con la cocacola e ho inghiottito caramelle. Stamani il caffè sapeva di durian. Le uova strapazzate lo stesso.

Bad move, big mistake.

Foto di oggi: altro outtake delle immagini scattate domenica mattina, che con quest’alito alla Leica non mi ci avvicino!

durian


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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