Domattina sono a London, e ci rimango fino a Domenica: un paio di giorni di immersione totale in una sala riunioni e poi un pezzo di weekend per un musical, qualche foto e un boccone con amici. Ah, si, ovvio, anche per un paio di pinte di birra.

Ho praticamente un percorso stampato a memoria, da Linate all’ufficio in Fenchurch Street nel cuore della City, dal numero di volte che l’ho fatto. Atterro nel Terminal 5 di Heatrow, passo l’immigration nell’area e-Pass, che lo scan dell’iride me l’hanno tolto da qualche mese: prima spalancavo gli occhi e battevo le ciglia peggio di Betty Boop nei suoi cartoni fino a quando la macchina, che leggeva probabilmente le mie occhiaie, non mi riconosceva come soggetto decisamente poco raccomandabile, ma non foriero di troiai siderali al livello di impedirmi di calpestare il suolo di Sua Maestà.

Scendo verso l’uscita e nell’area dei nastri bagagli faccio una curva secca facendo derapare il trolley e solitamente falciando un paio di concorrenti nell’accalappiare i venditori volanti di biglietti per l’Heatrow Express, che collega l’aeroporto con la stazione di Paddington: da qualche metro di distanza lancio la carta di credito come fosse la carta per un mago illusionista, e questi, ormai avvezzi alle peggio cose la afferrano strisciandola sideralmente, pronunciando il mantra “onewayorretourndoyouwishtoindulgeyourselfinfirstorgettingcoach” (“Andata o andata e ritorno? Vuoi trattarti da gran signore e pascià sbruffone viaggiando in prima classe pagando un botto di piccioli o fai il comune mortale e viaggi come tutti i buoni cristi samaritani?”).

Si, lo so che c’è l’App per fare tutto in linea con l’iPhone: ho litigato 4 volte con i miei contabili per portare a rimborso la corsa e l’ultima volta mi hanno chiesto, come pezze giustificative, (1) la schermata dell’iphone, e una seconda schermata fotocopiata (ma come cazzo posso farlo secondo voi, minchia?), (2) una dichiarazione giurata di almeno 8 testimoni tra i quali uno deve essere un ministro episcopale, (3) l’estratto conto della mia carta di credito depurata da tutti i dati personali ivi compresi gli acquisti online di materiale bellico e di droghe artificiali, (4) una foto del mio tatuaggio, davanti alla copia del Times del giorno, con sullo sfondo il treno e dal finestrino deve chiaramente vedersi la località attraversata, e infine (5) una dichiarazione di White Mam(b)a (al secolo mia madre) che certifichi io sia un bravo ragazzo che non tenta di imboscarsi le elemosine missionarie e le sterline del biglietto percorrendo invece a piedi la tratta fino al centro di London. Chiaro che faccio il biglietto cartaceo, no?

Abbordo uno degli ascensori che mi portano fino al piano del treno e giro secco verso destra, posizionando il mio posteriore in quella che sembra essere l’ultima carrozza, ma in realtà sarà poi quella più vicina alla metropolitana una volta arrivati a Paddington. Passo i successivi 17 minuti sbrogliando le mail che a ondate successive mi arrivano dalla connessione ballerina con il wifi di bordo, il tutto condito da bestemmie, abboccamenti, commenti sommessi e occhi al cielo per cercare una divinità nella quale, ateo e materialista convinto, non credo: posso essere definito un pelato, obeso ossimoro vivente su questo rapporto con la religione.

Il traguardo carrozza-macchinette dei biglietti è un ordinato percorso ad ostacoli, nel meraviglioso silenzio dell’ora di punta Londinese. Mi inietto nella Bakerloo line fino ad Oxford Circus, dove ormai conosco le insidie del percorso di trasferimento sulla Circle e non mi schianto più in curva. Raccatto la linea rossa per 5 fermate ed esco, felice come un baccalà che ha scoperto di dover terminare la sua esistenza in un essiccatore in riva al fiordo di Hppzkfsmdgtdgtrslmmmnhgtrdnbtpppskoen ed è stato eletto dai compagni per farne lo spelling, a Bank.

Li, normalmente, anche se ci fosse stata una previsione di siccità peggio delle piaghe d’Egitto, comincia a piovere. 8 minuti a piedi e arrivo alla reception dell’ufficio che sembro una grondaia durante il periodo dei monsoni e la persona al banco mi dice “I see it is raining, indeed“.  “Cazzo, indeed” è la mia risposta usuale.

Foto? Ovvio che, dovendo percorrere il tutto domani ed essendo interdetto dal viaggio nel tempo per regolamentazioni di time-trading, devo riciclare le immagini di qualche mese fa a Mayfair …. con qualche riflesso che non è proprio male, dai!

mayfair 8 mayfair 6 mayfair 1


Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

20 Comment on “BBC, This is What We Do

Leave a Reply to sguardiepercorsiCancel reply

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading

Discover more from VITA VISSUTA

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading