Ho agguantato stamani il bull-horn della bici (il manubrio a forma di “corna di bue”) per una pedalata cittadina: la scarsità di piste ciclabili e la diseducazione degli automobilisti a trovarsi a contatto con le due ruote mi dissuade dall’uso quotidiano che ne farei. Mi ripeto ancora una volta, adoro andare in bici e le varie tracce di questa passione che porto sul corpo (sotto forma di sbrasi, cicatrici, e danni vari) non me la fanno diminuire affatto.

Preso quadricipiti e polpacci, messi a servizio della cinetica, ho declamato in una botta di reminiscenza liceale (o forse di rincoglionimento senile, più probabile secondo Beria) il “Teorema delle Forze Vive“: mai ho trovato nome più divertente e appropriato a un fenomeno della dinamica quando applicato al sottoscritto che pedala, come dire il “Teorema del Facocero Gioioso su Due Ruote

Facciamo un filo di didattica da domenica pomeriggio.

Il “Teorema delle Forze Vive“, meglio studiato oggi come il “Teorema dell’Energia Cinetica” dice in soldoni che l’energia cinetica di un corpo di massa m è il lavoro necessario per portarlo da una velocità iniziale (Vi) ad una velocità finale (Vf).

W = \Delta E_c = \frac{m}{2} {(v_f^2 - v_i^2)}

Quindi posso tranquillamente sostenere che io stamani abbia prodotto del “lavoro”, che poi questo sia il trasferimento di energia cinetica tra due sistemi in fisica e non necessariamente il prodotto intellettuale che normalmente svolgo picconando maldestramente in qualche miniera virtuale, direi che sono dettagli insignificanti.

Quindi ho “lavorato” per una trentina di chilometri, raggiungendo il Parco Forlanini e facendo garrire il polpaccio sul cavalcavia di Via Corelli (ho una “single speed” e le salite si fanno a forza), per arrivare poi in Corso Venezia e fare una sosta tattica di rifornimento calorico da Pavè. Sceso per Brera, tagliato Corso Vittorio Emanuele sfiorando un grappolo di turisti giapponesi al pascolo. Passato dai meditatori-thai-chi della Besana per scendere in via Spartaco e infine nella periferia milanese. Non ho il campanello ma fischio alle auto, pedoni e quant’altro trovavo in traiettoria: senza tornare tra le braccia della fisica, un bestione pelato di 120 chili di peso lanciato ad oltre 25 kmh fa un certo temibile effetto a vederselo venire addosso, anche se sei protetto da scocca e airbag.

Ho fatto una quindicina di foto, usando però la pellicola quindi le vedrò tra un paio di settimane: come “ruota di scorta” mi son portato una compatta digitale, che comunque fa un lavoro accettabile per avere un po’ di anni di vita (e per non parlare tedesco, soprattutto), quindi qualche anteprima c’è  …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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