A chi non capita di uscire di casa, nei primi passi toccarsi le tasche e scoprire di essersi dimenticato il portafoglio. Succede.

Qui l’aggravate è che scopro di aver lasciato il portafoglio sul tavolo con, ovvio, all’interno la tessera che mi apre la porta di casa, mi comanda gli ascensori, mi apre la barra del garage: ovvio² (ovvio-al-quadrato) che me ne accorga appena sento il sicuro chiudersi della porta alle mie spalle. Ovvio³ (ovvio-alla-terza, o ovvio-al-cubo, come di vostra preferenza, cazzo) abbia articolato una sonora bestemmia in totale autocritica.

Sono sceso al piano terra, preparandomi ad un lungo negoziato con la security.

Hey mate, I freaking locked myself out: forgot my access card in my flat” ho esordito, indossando la mia faccia più seria, serena e rassicurante, ed evitando di aggiungere altri particolari, che comunque mi sarebbero stati chiesti in sequenza. Ho già imparato che, sarà per le trasformazioni linguistiche dall’inglese all’indi, all’urdu, al filippino, al sadiochè, o sarà per un training che prevede un focus sull’azione e non sul processo o sul programma, ma il risultato è che bisogna seguire la loro logica o ci si perde nelle prime due battute.

Boss, Ur passport?“, ecco, come volevasi dimostrare. “No, amico mio, i miei passaporti sono tutti in casa”. “You go and take?“: no, non ci siamo, non posso entrare in casa e farti vedere il passaporto se non mi aprite la porta, beato fagiolo di Lamon (paese Veneto rinomato per la varietà del phaseolus vulgaris coltivato dalle sue parti).

Boss, Ur Emirati ID?“. Sono uscito solo in possesso delle mie facoltà motorie e degli arti e ammennicoli che la mia elica di DNA mi ha fornito: fino a quando non mi prendete un calco del pisello e con quello posso confermare univocamente la mia identità penso di dover fare ricorso alla tua fiducia. Appena mi aprite la porta sono in grado di farti vedere anche l’abbonamento all’ATM di Milano, alla MRT di Singapore e al circolo di appassionati della Rapa di Volterra.

U go management office tomorrow“. “Koul-kazzo” mi è partito di rispondergli in un italiano farcito dei peggio accenti anglosassoni: non scherziamoci nemmeno. La disperazione acuisce l’ingegno: “Senti, tu hai il numero di mobile di tutti i condomini, giusto? Bene, facciamo che tu chiami il numero di telefono collegato al mio appartamento e, se ti rispondo io, la verifica è fatta, giusto?” e non mi è parso rassicurante che se io-non-fossi-io, ma un-qualunque-chi-cazzo-col-mio-telefono la logica si sarebbe impantanata peggio di un sillogismo farlocco e ubriaco.

Mi ha sorriso con un bel “Yes Sir” facendomi beneficiare immediatamente di un upgrade da “boss” a “sir“, che nella consuetudine relazionale da queste parti è come quando la tua carta d’imbarco fa un rumore strano e l’addetto al check-in con un sorriso ti informa che un altro splendido momento della storia dell’aviazione si è compiuto, e tu voli circondato da lusso e lussuria senza pagare un ghello in più. “Dì a bordo che preparino una nabucodonosor di champagne” normalmente rispondo in questi casi.

Ha digitato le 10 cifre del mio numero e magicamente le note di “I’m in the mood” che è la mia suoneria di questi tempi hanno riempito l’aria e mi hanno poi aperto la porta di casa.

Foto? Dovevo scendere a fare un attimo di spesa: un selfie davanti alla maledetta tastiera dell’ascensore e un po’ di colore dal supermercato sotto casa, e poi come non farvi sentire il vocione di John Lee Hooker, la sua chitarra e quella di Bonnie Raitt per uno dei più bei blues elettrici che io conosca …

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It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

25 Comment on “Una telefonata ti apre la porta

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