L’Attilio mi dava pillole della sua saggezza in dialetto milanese. Perdonate la scrittura poco fonetica: “Tut barlafüs“, “Trop gent chi moer“, “Gorgonzoela“, ma stamani mi son venuti in mente un po’ di proverbi, quando tentavo di dare un decoro formale al mio abbiglaimento.

L’erba di alter l’è semper la pussee bona” (“l’erba del vicino è sempre migliore”: notoria discussione sulla cannabis di accaniti consumatori).

Stamani mentre mi vestivo ho guardato con tristezza il risultato di 12 ore di riunione seduto sulla mie braghe: un devastante inguine a fisarmonica che, nel tentate di infilarci dentro la gamba, risuonava peggio dell’Orchestra Casadei in una Romagna Mia a base di lambrusco

El Signor prima ja fa e poeu ja combina” (“se ci fosse un dio, cosa di cui dubitiamo formalmente, si accanirebbe con costanza nel punirmi per i miei numerosi e frequanti peccati affidandomi al trasporti di tassisti Turchi”)

Ho lanciato l’anima oltre l’ostacolo e ho aperto un asse da stiro a serramanico che mi ha falciato l’alluce nudo, cazzo alle stelle. Ci sono alcune cose che so fare molto bene, e questo mi viene ampiamente riconosciuto, ci aono cose nelle quali mi arrangio e arrabatto, e bisogna sapersi accontentare, ci sono cose che non ho mai saputo fare e non saprò mai fare. Stirare rientra in quest’ultimo insieme a pieno diritto.

Fa minga la figüra del cicculatée” (“se sai che stai per fare una minchiata, cazzo, fermati in tempo e non quando stai sgasando in un lago di merda, sorridendo come se fossi seduto a berti uno spritz in fronte al mare”).

Ho armato il ferro da stiro, inserendo acqua nell’apposito orifizio e collegando la spina: un ansimare sinistro mi ha confermato che l’operazione è andata a buon fine. Cominciando a tentate di vincere delle pieghe al cui confronto la lamiera ondulata è seta mi son sfiorato tre volte il pollice, rischiando di trasformarlo in un bratwurstel da saga bavarese.

La bocca l’è minga stracca se la sa nò de vacca” (“potrei cordialmente vedere il carrelli dei formaggi, che il colesterolo lamenta la consueta attenzione e vorrei anche seccarci sopra un buon vino, che la vita è breve, cazzo”)

Il primo passaggio ha appiattito tutto come il grembiule in cuoio di un maniscalco, e soprattutto con la stessa rigidezza: che abbia immesso mercurio nella vaschetta al posto dell’acqua? Il secondo passaggio mi ha visto focalizzato sulla piega e ho usato il ferro come fosse una fiamma ossidrica. Con il terzo ho rimediato a qualche trascurabile errore come quello di aver lasciato un fazzoletto appallottolato in tasca e mi son trovato un rigonfiamento al cui confronto Siffredi è un lattante.

Gatta inguantada la ciappa minga i ratt” (“è ovvio che ci voglia un minimo di tecnica e meno inibizioni tecnologiche se si vogliono ottenere dei risultati premianti anche in un processo semplice come quello di prendere un topo per un felino domestico”).

Ho rimediato agli errori e mi son dato un minimo di contegno: sicuramente rimango convinto che il segreto di una stiratura perfetta rimanga l’outsourcing a una buona lavanderia. 25 minuti di bestemmie, al mio average daily rate, mi sarei strapagato il riisultato.

Offelee, fa el tò mestee” (“Mau, cazzo, vai a lavorare, che è il primo giorno del nuovo Fiscal Year”)

foto? Ovvio, il ferro da stiro stamani …. Ah, e sto pubblicando questo post da un 777 a 12mila metri sopra l’Iran


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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