Cami, ho comprato 5 elefanti“. “Babbo, non sono certa di voler sapere cosa tu abbia veramente fatto ….“, mi ha risposto mia figlia: allevali, falli studiare, e poi ti ritrovi a gestire il tuo stesso sarcasmo dietro degli acuti occhi azzurri.

Quando,  sul telefono, mi è arrivato il messaggio che annunciava “Warehouse sale upto 75%, new arrivals from Jaipur, ethnic furniture, carpets and home accessories“, sapevo già che non avrei resistito al comprare qualche altra cazzata dopo il tavolo con le piastrelle (vedi il racconto della consegna in questo post), la credenza lisergica, e un po’ di strani specchi che ho disseminato per casa.

Entrando nel magazzino a lamiera ondulata, dalle parti di Al Mina, insieme al ronzare dei condizionatori industriali che mantengono il sarcofago ad una temperatura accettabile, ho sentito i saluti dei due addetti che pascolano tra i mobili, disposti alla rinfusa, con delle calcolatrici in mano: un chiaro segno della predisposizione alla negoziazione dei commercianti indiani.

Sir, welcome back, you have special discount as usual“, mi ha detto stringendomi la mano, che nella traduzione letteraria voleva riconoscermi come cliente abituale, e garantirmi un trattamento di favore, mentre, in quella con maggior significato semantico, hanno appena salutato un grosso pollo pelato da spennare.

Ho gironzolato per un po’ finché mi son fermato davanti ad un elefante in latta, dipinto con i classici colori che solo la gioia creativa dell’induismo sa trovare. “Cosa costa?” ho chiesto al contabile al sapore di curry, che mi stava seguendo peggio di un bollo della moto che ho dimenticato di pagare nel 1992.

Sir, for you … (e armeggia con la calcolatrice) .. only 80 dirhams [20 euro]”.

Senti, sono certo che questo pezzo di metallo venga da Alang, a città del distretto di Bhavnagar, nel Gujarat Indiano, un migliaio di chilometri a nord di Mumbai, dove vengono demolite a mano le navi, quindi si tratta di latta di recupero e il prezzo deve scendere“, gli rispondo.

Sir, se ne compri due” mi dice, arpionandone un altro altrettanto lisergico, e armeggiando con la calcolatrice, “… solo 150 dirhams [circa 35 euro]”. Decido per l’attacco in contropiede: “E se te ne prendo 3, me li fai pagare 160?“. “No, sir, se ne prendi 3, ti faccio lo sconto e me li paghi solo 180“.

Rifiuto di cercare una logica, dopo che – per qualche istante – ho pensato di applicare l’inverso della serie di Fibonacci, che mi pareva la cosa più attinente a spiegare la sua strategia commerciale: “Facciamo che te ne prendo 4 per 200 AED [50 euro circa] …. ma me ne dai uno in omaggio, come sconto merce del 20%“.

Foto? Ho 5 elefanti di latta, e se qualcuno mi chiede cosa cazzo me ne faccio, giuro che gli rispondo male ….

 


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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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