Fxxx! My flip-flops have collapsed“: ci sono espressioni che rendono bene solo in una lingua. Dire invece “Cazzo, mi si son rotte le ciabattine infradito” non rende la stessa immediata violenza verbale.

Son circa 6mila anni che noi umani giriamo con una suola cui è ancorata una stringa a Y che fissa il piede passando normalmente tra l’alluce e l’illice, che sarebbe il dito del piede più vicino al “pollicione“. E già che ci siamo facciamo sfoggio di cultura anatomica ricordandoci che le dita dei piedi si chiamano “alluce“, “illice“, “trillice“, “pondolo“, e “minolo” (e non “mignolino“): adesso potete finalmente andare a terminare quel cazzo di cruciverba dell maledetto Bartezzaghi che avete abbandonato decenni fa se nel frattempo non avete usato la pagina della Settimana Enigmistica per incartare una trota.

Tornando alle ciabatte, il nome flip-flops ha una chiara origine onomatopeica – ovvio – dal rumore del ciabattare, e il materiale con il quale sono state costruite ha attraversato i millenni passando dal papiro al legno, alla carta di riso: variata anche nelle differenti culture il posizionamento del “ferma-piede” che si è spostato tra le dita a seconda di dove fosse meglio provocare piaghe e calli a seconda delle preferenze. Ne esiste anche in India un modello estremamente diffuso che ha semplicemente una sorta di chiodo a testa larga (senza poi le stringhe ancorate sulla suola all’altezza della caviglia), chiamato Padukas, dove le capacità prensili del piede sono fondamentali per non far partire la suola ad ogni passo.

La moderna ciabattina in plastica è invece nata nell’immediato dopoguerra, importando l’idea e il modello da Giappone e Korea, realizzandolo in plastica e immedesimandolo nella cultura Californiana di vita alla grande, vicino alla spiaggia, in braghe corte e ciabatte (che sarà il mio futuro prossimo, ovvio, indipendentemente dalla location).

Bene, tutto questo bagaglio di cultura e informazioni mi è servito per articolare una precisa bestemmia spazio-temporale quando la base del laccio a “Y” mi si è staccata dalla suola ieri sera, lasciandomi con una roba penzola attaccata al piede. Rinunciato ad andare a casa con 1 piede nudo (temperatura alle 23 era ancora ragguardevole e il numero di oggetti appuntiti o taglienti dei rari marciapiedi si misura in milioni per metro-quadro), ho arpionato un taxi: ovvio il tipo che siede dietro il volante abbia commentato e altrettanto ovvio io gli abbia risposto di focalizzarsi sulla guida.

Foto? nessuna documentazione sul collasso della ciabatta, ma qualche outtake dagli scatti di Mosca della scorsa settimana cominciando proprio da un paio di ciabatte che spuntano vicino alla Tverskaya, che qui bisogna tesaurizzare al massimo i 2 rullini che ho sviluppato l’altra sera: il tutto sempre con la M7, un Summilux 35mm e pellicola Kodak TMax 400 …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

23 Comment on “La catastrofe delle Flip-flops

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