Talvolta mi stupisco per le mie scelte: consapevole della cazzata incombente, continuo imperterrito dritto fino a schiantarmi contro il muro della mia idiozia. Chiamiamolo “rigore-suicida”, e pienamente cosciente monto sul cavallo per andare a caricare i muri al grido di “Savoia Cavalleria”, dove – per inciso – ho pure passato quasi un anno della mia vita, vestito in grigio-verde e nascondendo accuratamente alcune doti naturali che mi permettono di centrare un bersaglio in buona lontananza.

La mia consapevole idiozia mi ha fatto uscire sul balcone della mia camera a Doha mentre, protetto dall’asetticità dell’aria condizionata criogenica, stavo vedendo un panorama da nebbia nelle Langhe autunnali ma avevo il fido Garmin che pigolava segnalando una temperatura percepita di 53°. Ho respirato vapore e sabbia come fossi stato dentro una betoniera: mi sono ritratto nella protezione della ventilazione Siberiana in pochi secondi, arrendendomi all’evidenza che questo sia un posto dannato durante l’estate, dannatissimo durante le tempeste di sabbia, dannaterrimo quando l’umidità ti fa salire la sensazione di soffoco, molto-altamente-cazzuto-dannato quando sei bloccato qui per alcuni giorni senza alcuna possibilità di dirigerti verso ameni lidi.

Un filo di rewind, visto che son stato assente almeno una decina di giorni.

Sono andato a correre davanti a Buckingham Palace la Brompton World Championship, il campionato riservato a 500 pazzi in giacca e cravatta che corrono sulle magiche bici pieghevoli prodotte proprio a Londra, sogno di qualsiasi urban commuter, e mi son piazzato nei primi 2/3, essendo stato doppiato sul circuito una sola volta dalla decina di fanatici che giravano veloci come missili. Già che c’ero mi son goduto una città priva di automobili e riservata solo alle biciclette, un sogno … devo tornarci il prossimo anno!

Sulla strada del ritorno la compagnia aerea del Golfo – che ha recentemente visto un suo 777 incendiarsi – era in overbooking e grazie ad uno status semi-divino ho volato con il Canguro in una parte dell’aereo dove ho chiesto mi mettessero i gerani sui davanzali dei finestrini e ho sperato mi tenessero a bordo fino a Melbs da quanto mi ci trovavo bene. Arrivano alle 2 di mattina a casa ad innaffiare Nino, 4 ore dopo mi son trascinato sui gomiti sotto la doccia, ho completato la giornata in miniera e dopo essere collassato ho ripreso un sigaro volante per posare le natiche in Qatar.

Doha è un gran cantiere, ma mantiene la sobria tranquillità che la contraddistingue: alcuni la definiscono la città più noiosa dell’universo, ma non sono mai stati a Lone Pine, in California, durante il mese di Gennaio: io ci sono stato e, oltre all’assenza di qualsiasi cosa oltre un lurido Motel e un fast-food untissimo, ricordo le più grandi ribs che io abbia mai ricevuto sul piatto. Quando ho chiesto se si trovano spesso per cacciare brontosauri da quelle parti, visto era impossibile che un manzo generasse degli archi che avevano una lunghezza di oltre mezzo metro, ho avuto la conferma che nel deep-far-west l’umorismo fa rima con Colt.

Quindi si, sono nello staterello del Golfo che galleggia su una bolla di gas, ma la contrazione della domanda energetica ha dato una bella bastonata anche da queste parti ad una economia dove il vizio della insostenibilità stava soffiando sul coppino come altrove nella regione.

Mi fermo da queste parti qualche giorno e gioco a nascondino con un tipo che ritiene indispensabile vederci: è un amico, ma l’unico problema è che lui si siede a 15 ore di volo verso est, in un posto con vista sui colonnati di un noto Studio Ovale, e in questo momento passare ancora tempo dentro un aereo proprio non me la sento quindi viva le ore di videoconferenza.

Foto? nelle 18 ore che son stato a casa ho anche sviluppato 4 rullini, ma mi sono accasciato prima di scannerizzarli: vi lascio con un paio di iPhone-momenti degli ultimi 10 giorni .. Liverpool Street a London e le ciabatte lisergiche che hanno sostituito quelle distrutte due settimane fa (vedi questo post) …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

9 Comment on “Dentro una betoniera

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