Le polo blu attraggono le patacche da cibo, questa è una verità incontrovertibile. Posso serenamente affrontare spaghetti, noodles, granchi da spezzare, intingoli temibili, e con camicia a cravatta, ne esco intonso e perfettamente vergine. Quando invece indosso una polo blu, anche il solo avvicinarmi con delle pinze al pane secco si manifesta con una macchia visibilissima all’altezza della trippa.

Ho cercato spiegazioni scientifiche per questo fenomeno, arrivando a ipotizzare che quando indosso una polo sono più rilassato e quindi distratto, o teorizzando che, essendo meno formalmente aderente come una camicia, svolazzi cercando le macchie come una vela a spinnaker.

Sono giunto alla conclusione che esista una divinità immanente, che definiremo per comodità col nome Haleph-di-tutte-le-patacche, che, agendo per oscuri fini, ha il devastante potere di macchiare le mie polo (e solo le mie al mondo). Sono tentato di costruirci una religione sopra, istituire un ordine monastico (tunica blu con macchia all’amatriciana davanti), cercare proseliti che poi mi comprino una collezione di Leica come atto di fede (le Rolls Royce mi sembrano pacchiane). Sono un’irredente bestemmiatore, lo so: lasciatemelo come licenza poetica.

Facendo la valigia ho guardato con commiserazione la polo che mi ha accompagnato da alcuni mesi nel mio vagabondare planetario (sempre costantemente lavata e ri-lavata, chiariamo subito): mi son reso conto che il tessuto era ormai più simile alla pelliccia di un leopardo guardata dopo un’overdose di LSD virata in azzurro. Un patacca unica e ormai tutte indelebili.

Cerimonia di ammaina-polo. Ho deciso di abbandonarla qui a Singapore, sostituendola con un identico modello, ovviamente sempre blu, per mantenere viva la tradizione di fede in Haleph-di-tutte-le-patacche. Ho difronte all’albergo il negozio mono-marca dalla quale ormai da secoli compro questo capo d’abbigliamento, e, forte anche del cartello “SALES – 50% OFF”, chiedo una polo blu, XL.

Mi consegnano il capo in versione trenini elettrici lima scala 1-250: avrei potuto indossarla sul bicipite al massimo. Chiedo al commesso, gheissimo direbbe Benedetto, se hanno anche un modello da adulto, oltre a quello da neonato e questo, sorridendomi e ammiccando, mi conferma che questa è la loro taglia XL da uomo.

Capisco che gli standard antropometrici di mercato posizionino gli asiatici in un fisico più spazialmente contenuto del mio, ma qui siamo quasi al ridicolo. Gli chiedo se hanno nulla di più grande, e il commesso, dopo essere scomparso per un po’ nel retro, mi propone un modello “arcobaleno disegnato da ubriaco miope” di taglia XXL. A parte l’estetica, le differenze in dimensioni sono pateticamente risibili: ma sarebbe andata bene a 8 anni forse.

Chiedo se abbiano una XXXXXXXXL. Il commesso pensa abbia una difficoltà nella pronuncia e mi suggerisce un logopedista. Torno in albergo e mi ricongiungo con la polo che avevo ammainato nel cestino della spazzatura: mi accompagnerà ancora per molte patacche.

Foto di oggi? C’entra poco, ma quando avevo deciso di cucinare un piatto di spaghetti all’Equatore (leggi qui) mi ero macchiato la (solita) polo blu in modo inverecondo: la mattina dopo ho scattato questa immagine …

easy

It's been almost 50 years that I travel across the word (and the 7 seas), on business or vacation, but always carrying with me a Leica camera. I started keeping this kind of journal a while ago. Even if sometime I disappear for ages, I'm then coming back with semi-regular updates: publishing is a kind of mirroring of my state and emotions, and you need to take it as it is. All published photos are mine.

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