Pur essendo stato un profeta del digitale, ho amato e amo carta, libri e giornali. Penso che tenere in mano la carta, mentre leggi, ti offra una sensazione in più. Accarezzare le pagine di un libro, sfogliare un periodico, aprire un quotidiano sono gesti che sto dimenticando, convertito ormai totalmente alla portalità elettronica, ma oggi mi sono concesso un breve salto nel passato.

Sono andato in Via Garibaldi, a Genova: da qualche tempo sto cercando qualche numero di LIFE con le foto scattate da Robert Capa.

1936_par115311Capa, fino al giorno della sua morte (il 25 Maggio 1954, saltando su una mina in Indocina, mentre scattava una fotografia) è stato “IL” reporter di guerra: ha coperto con le sue immagini e con i suoi racconti la Guerra Civile Spagnola (con la sua immagine del legionario che muore, qui a fianco, un’icona), la Seconda Guerra Sino-Japponese, la Seconda Guerra Mondiale attraverso tutta l’Europa, a London, in North Africa, in Italia, durante Battle of Normandy a Omaha Beach e durante la liberazione di Paris.

Nel 1947, Capa ha co-fondato Magnum Photos a Paris con David “Chim” Seymour, Henri Cartier-Bresson, George Rodger and William Vandivert, creando così la prima cooperativa di fotografi free-lance: non dico nulla sugli altri, perché solo a pensare alle loro immagini rimetto il tappo sul mio obiettivo, non scatto mai più un’altra foto e uso la Leica come soprammobile.

life752LIFE, fondato originariamente nel 1883, fu acquistato (per $92,000 dell’epoca) da Henry Luce per crearne un “settimanale illustrato”, dove le immagini e le fotografie avevano pari dignità dei testi: continuò una pubblicazione settimanale fino al 1972, diventando poi “mensile” dal 1978, fino alla scomparsa nel 2000.

Durante tutta la seconda guerra mondiale fu il magazine che portò le immagini della guerra in tutte le case americane. Incredibile il volume di decine di migliaia di fotografie che hanno guidato e influenzato la cultura americana per quasi 50 anni.

Inutile poi ricordare altre centinaia di sue copertine che hanno fatto la storia: il numero di personaggi o gente “qualunque”, associata alle quattro lettere maiuscole bianche su un fondo rosso sono l’immagine di un’epoca.

Mi sono perso per oltre mezz’ora in alcuni numeri che vanno dal 1950 al 1954, qualcuno anche del 1947 e 1948. Non sono riuscito a trovarne alcuno con le foto di Capa, ma, credetemi, è stato un tuffo nel passato anche solo lo sfogliare le sue pagine, fermandomi sulle immagini, scorrendo velocemente qualche articolo e sorridendo su una pubblicità (la “reclamè” dei miei genitori) che aveva la dolcezza di altri tempi.

Qualche immagine scattata in libreria ….

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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