Bah, oggi son perplesso: ho passato almeno 7 ore al telefono e mi sento un giocoliere da circo che tiene in equilibrio un buon numero di attrezzi, facendoli muovere, roteare, saltare, evitando quasi miracolosamente, e in spregio all’attrazione gravitazionale, che si spiattellino a terra.

Il mio senso di deontologia vacilla un filo: volermi guadagnare la pagnotta sulla base dei risultati che quotidianamente concludo, in una giornata come questa, non mi soddisfa pienamente. Poi mi spiego che è normale avere dei cicli di raffinazione del problema/progetto e dei momenti di stasi. Me lo spiego, ma non ho il DNA del “tennista aziendale” che rilancia la palla al di là della rete e vive di rimessa, e quindi un filo di amaro per l’inconcludenza della giornata mi rimane.

Nota di costume: ero al telefono con due colleghi, uno seduto a New Delhi, l’altro a Washington, per un’introduzione oracolare e olistica di cosa faccia io, e di che cosa questi due che hanno l’innegabile disgrazia di dover lavorare con me a brevissimo mi aspetto facciano.

Son stati indottrinati precedentemente dalle persone che vengono a rimpiazzare per i soliti movimenti degli organigrammi, ma è bello e sano cominciare con lo spiegarsi e il tentare di capirsi, e soprattutto col dare almeno una voce e un barlume di umanità ad un rapporto che poi sarà improntato a trovare soluzioni in situazioni complesse e sotto la pressione del “delivery”.

Solo che, cazzo, mi son lasciato forse prendere dalla foga dialettica. Ho parlato per una dozzina di minuti, prima di fare un cortese check sul fatto mi stessero seguendo, check più derivato dall’apnea di 3 subordinate e 6 correlate che ho chiuso tipo mazzo di fiori di campo, pentendomi perché la lingua inglese ‘ste costruzioni non te le lascia fare come il latino o anche l’italiano (o magari non sono sufficientemente madrelingua per farlo).

Silenzio.

Silenzio. Poi, sottovoce, “Dear Lord, that is a lot. That is a lot more than we have been told“. Prevedo un periodo in salita.

Ovvio che non abbia scattato mango una foto oggi, ma l’ho fatto Venerdì mattina, mentre pascolavo per Genova durante il break della mattina. Ovvio che non c’entri nulla con il post, ma mi mettono di buon umore nel pensare quanto sia bella questa città …

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It has been more than fifty years since I began traveling across the world — and the seven seas — for work or for pleasure, always with a Leica M camera close at hand. The camera has never been an accessory; it has been a constant companion, a way of observing, remembering, and making sense of the places and people I encountered along the way. I started keeping this kind of journal some time ago, not as a diary in the traditional sense, but as a space where images and words could meet. This is not a publication driven by schedules or algorithms. At times I disappear for long stretches; then, inevitably, I return with semi-regular updates. Publishing, for me, is a mirror of my state of mind and emotions. It follows my rhythm, not the other way around. You have to take it exactly as it comes. Every photograph you see here is mine. They are fragments of a life spent moving, looking, and waiting for moments to reveal themselves — often quietly, sometimes unexpectedly. This blog is not about destinations, but about presence. About what remains when the journey slows down and the shutter finally clicks.

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